Vittorio Russo
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La Transiberiana e Alessandro Magno, le ultime due fatiche di Vittorio Russo, intervista

pubblicato il 07/06/2019 in Interviste
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Virgilio Violo
a sin. Vittorio Russo

Vittorio Russo, capitano di lungo corso, è giornalista, viaggiatore e scrittore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del cristianesimo tra cui II Gesù storico (Editrice Fiorentino, 1978), vin­citore del premio Montecatini 1980 per la saggistica. È autore di antologie narrative e romanzi come La decima musa(M. D’Auria Editore, 2005), Quando Dio scende in terra (Sandro Teti Editore, 2011) e La porta degli esili sogni (Cairo Editore, 2017). Dai suoi viaggi sono nati libri che intrecciano geografica, mito e storia, tra questi India mistica e misteriosa (2008), Sulle orme di Alessandro Magno (2009) e L’India nel cuore (2012) premio letterario Albori 2012 e finalista al premio Rea 2013.

Le sue ultime fatiche sono “Transiberiana” e “l’Uzbekistan di Alessandro Magno”, ambedue edite dalla “Sandro Teti”. Il primo è il reportage ricco di foto e illustrazioni di un viaggio lungo 12 mila chilometri che valica i confini geografici e culturali che separano Occidente e Orien­te. Lo scrittore ci fa strada tra le sconfinate terre russe e la civiltà mongolica e ci por­ta con lui nei vagoni della ferrovia più lunga del mondo, l’infrastruttura faraonica che fu costruita anche grazie al contributo delle maestranze friulane, fatto noto più in Russia che in Italia e sul quale si sofferma e rievocato in queste pagine. Luoghi e popoli così distanti non sono mai stati tanto vicini. Un libro dal linguaggio evoca­tivo. Un libro carico di immagini poetiche. Un libro alla scoperta dell’esotico e più autentico Oriente. “L’Uzbekistan di Alessandro Magno” invece è un viaggio alla ricerca dei luoghi del tempo e della memoria dove la storia di Alessandro sfuma nel mito. Emerge da queste pagine il personaggio storico del conquistatore nella sua prospettiva umana più attendibile. L’eroe invincibile immortalato nei marmi di Lisippo cede il passo all’ubriacone omicida, al borioso, al superstizioso e cinico sterminatore di popoli. Ma con i difetti dell’uomo si profila anche il volto più autentico di un nuovo Ulisse che vuole conoscere per possedere, sognatore tenace, unificatore di genti.

D - Il motivo che l’ha spinto a visitare terre così lontane?

R - Il viaggio, nella mia interpretazione, s’identifica con ricerca, con scoperta motivata da curiosità. Questa curiosità, poi, è normalmente generata da letture, studi, approfondimenti e da tutto il corollario di ricerca di fonti in grado di appagare il bisogno di conoscenza. Viaggiare quindi è la conseguenza di uno stimolo potente. Il mio viaggio in Uzbekistan e Tagikistan si colloca in questa prospettiva, non meno degli altri, d’altronde. Letture annose di scritti su Alessandro Magno e poi analisi dei testi canonici, come mi piace definire le biografie sul Macedone degli autori più antichi, hanno finito per creare una molla propulsiva che ha reso irriducibile il bisogno di andare, di recarmi nei luoghi sperduti che egli percorse con le sue armate e trovarvi tracce che confortassero l’idea del personaggio, ormai già formata nel mio immaginario. Scontato però, che la scoperta della storia sotto la pelle della geografia, trovasse riscontro nella figura creata dalle letture e un po’ anche dalla fantasia.

Quando ad animare un desiderio è la voglia forte di vedere, di scoprire, di svelare, nessun orizzonte è lontano, non ti scoraggiano prevedibili difficoltà di attraversamento di terre sconosciute, senza collegamenti di strade, senza mete definite. Vai, perché scoprire significa diventare creatori di cultura, significa sottrarre gli eventi alla dimenticanza del tempo e dare loro una continuità di vita che accenderà la curiosità di quelli che verranno dopo.

Il viaggio, per quanto riguarda me, si snoda in una prospettiva bidimensionale: storica la prima, la seconda geografica. Ed ecco pure come da viaggiatore, con questi obiettivi, mi scopro storico secondo l’etimo più coerente di histor, che è colui che viaggia, che vede e racconta. Il mio modello ideale in quest’ottica è Erodoto, il padre della storia. È lui il viaggiatore per antonomasia, il cronista che osserva e riporta, il narratore di fatti ed eventi che danno senso al tempo. E il tempo diventa storia quando è denso di avvenimenti che sottratti all’oblio sono consegnati alla memoria perché degni di essere ricordati.

D - Cosa vuole trasmettere al lettore? sensazioni, cultura, curiosità, legami che ha il nostro paese con le terre visitate, o cos’altro?

R - Gli orizzonti entro i quali mi piace racchiudere quello che scrivo sono sfumati. Mutuando le parole dall’archeologo Andrea Carandini, io ritengo che il viaggiatore-scrittore, mosso dagli obiettivi di cui ho detto prima, sia acceso da una febbre, quella della conoscenza, che si identifica col bisogno di coinvolgere nella scoperta i suoi lettori. La scoperta è pure coincidente con il disvelamento prezioso di qualcosa di nascosto. Svelare significa togliere il velo del mistero, rimuovere la polvere che appanna l’oggetto della scoperta, portare alla luce ciò che non è noto. Mi piace identificare il percorso del viaggiatore-cercatore con quello del sole: hanno entrambi come scopo quello di scacciare il buio, il primo quello della notte, il secondo quello dell’ignoranza. C’è un termine greco, alétheia, che traduce il senso del disvelamento. Alétheiacorrisponde a verità, ossia a ciò che non è nascosto, a ciò che viene svelato, appunto. Forte è il bisogno di leggere lo stupore nel volto di chi partecipa a questo disvelamento. E proprio questo stupore mi piace trasmettere al lettore coinvolgendolo con immagini e riflessioni, sollecitando emozioni e, naturalmente, sperimentando forme di scrittura capaci di produrre questi risultati. Scrivere diventa perciò bisogno di de-scrivere. Lo scrittore si fa de-scrittore di ciò che osserva per catturare la curiosità e l’interesse del lettore. Chi viaggia per raccontare deve fare dei propri sensi gli strumenti di una percezione totale attraverso cui consentire a chi legge di vedere, sentire, toccare, annusare e di esaltarlo delle sue stesse emozioni, di fargli vivere il suo stesso panico, le sue ansie, le sue armonie, il suo stesso entusiasmo, nel senso etimologico più autentico di benessere e possessione divina. Questa possibilità di congiungere i sensi in una comune contaminazione percettiva, cioè di renderli capaci di “sentire insieme”, si chiama sinestesia. In questo libro su Alessandro e l’Uzbekistan, come in tanti altri, ho cercato di rendere quello che ho percepito proprio con sinestesia.

D - È stato difficile dialogare con le popolazioni visitate?

R - Il viaggio nell’ottica che le ho detto presenta infinite incognite che alla partenza possono solo essere messe in conto, ma non immaginate. Guai poi se non fosse così perché il senso stesso del viaggio è dato dalle sue incognite. Una fra quelle immaginabili è la difficoltà rappresentata dalla lingua e dal dialogo con genti diverse. Ho scoperto però che il viaggiatore motivato dalle mie curiosità non ha bisogno che di conoscenze linguistiche epidermiche, specialmente per viaggi di “lungo corso” di questo genere. Anche perché le lingue, in longitudini geografiche così remote, sono strumenti spesso insufficienti. Fatti salvi i termini per le esigenze essenziali, occorre più che un vocabolario di tante lingue quello del buon senso, occorre un franco sorriso e il ponte levatoio della disponibilità abbassato. Quando si riesce a coniugare queste condizioni capisci, come ho scritto da qualche parte, che le distanze fra gli umani sono più nelle geografie che li separano che non nel comune sentire. Viaggiare alla luce di queste premesse ti fa capace di interpretare e tradurre quasi per istinto, perché in fondo poi le parole, quando sono tradotte, hanno significati epidermici. Le lingue che parliamo quando sono diverse da quella materna, sono lingue sostanzialmente tradotte, perciò tradite. Ogni parola appartiene alla cultura che l’ha generata e quella cultura si porta dietro. Tradotte, le parole hanno significati oscillanti e non sempre riflettono il principio razionale secondo cui esprimono una cosa e solo quella. Ha spiegato bene questo concetto Umberto Galimberti.

D - Cosa l’ha colpito maggiormente nei suoi viaggi?

R - La diversità. La diversità, che d’altronde è quello che io normalmente cerco nel viaggio. Viaggiare significa, come ho detto prima, scoprire, svelare e, soprattutto, essere stupito da quello che scopro. La cosa più sorprendente è scoprire quello che meno ti attendi di trovare. Il termine serendipità dà bene l’idea di quello che intendo dire. Serendipità vuol dire fare scoperte impreviste, trovare per caso cose e svelare conoscenze di eventi ignorati ricchi di fascino, anche più delle cose e degli eventi di cui hai conoscenza. Il viaggiatore, come io lo intendo, non distingue le diversità perché delle diversità del mondo nutre la propria voglia di conoscenza. Il sipario del viaggiatore si apre non sulla scena, che è il luogo della rappresentazione di quello che si conosce, ma sulla platea che è il luogo delle mutevolezze cromatiche, delle emozioni che si leggono nei volti del pubblico, negli sguardi che esprimono attesa, curiosità, meraviglia. La diversità è la ricchezza stessa del viaggio. Quale molla spinge l’uomo a muoversi, ad andare: l’avventura, il bisogno di essere stupiti, l’urgenza di avvicinarsi all’ignoto, la curiosità? Questo, certamente, e altro ancora. Ecco, credo sia questa la ricchezza autentica del viaggiare. Una vita senza curiosità, ha scritto Platone, non è degna di essere vissuta e chi non riesce a stupirsi vive come un albero che muore dove è nato. Perché in fondo noi esistiamo rapportandoci agli altri, esistiamo perché gli altri ci riconoscono, esistiamo grazie a una relazione e nella misura in cui ci sappiamo raccontare. La nostra identità è un prodotto sociale non un dato anagrafico o biologico. Viaggiare è una chiave che svela la nostra identità.

                                   

D - Una curiosità per tutte, cosa l’ha colpito di più?

R - In questo viaggio nell’Asia Centrale sulle orme di Alessandro Magno, le curiosità sono le mille piccole tessere del mosaico quotidiano dell’avventura che formano eventi indimenticabili per colore e calore. Una curiosità, in particolare, m’è rimasta impressa e ne ho parlato nel mio libro: quella dei dentini da latte. Un tempo in una regione dell’Uzbekistan, il Surkhan Darya, erano conservati, con altri ricordi di famiglia, i dentini da latte dei propri figli, in castoni di metallo, che venivano poi portati al collo dai genitori. Secondo la mia amica e guida in Uzbekistan, Halima, questa consuetudine risale a un peculiare ricordo dell’infanzia di Alessandro Magno. Secondo lei, il piccolo Efestione, avrebbe donato ad Alessandro, suo compagno di giochi e di studio, un suo dentino da latte quale testimonianza di duraturo legame. Alessandro, a sua volta, avrebbe risposto a questa prova di devozione cavandosi un dente e offrendolo al coetaneo confermandogli così un pari impegno di amicizia e affetto. Da quel giorno, entrambi, avrebbero portato al collo, sospeso a una catenina, in un castone d’oro, ciascuno il dentino dell’altro, pegno di un patto devoto e silenzioso. Fu da allora forse che sarebbero stati uniti, come noto, da un legame forte e definitivo ben oltre i valori che l’accezione del termine amicizia comporta.

Diverse  popolazioni della Sogdiana e della Battriana (attuali Uzbekistan e Afganistan), educate alla maniera greca, avrebbero adottato quest’abitudine. Essa sarebbe diventata presto una consolidata tradizione e sarebbe sopravvissuta fino ai tempi nostri. Per amore di precisione devo aggiungere che non ho trovato alcun riferimento al dettaglio dei castoni e dei dentini da latte nelle più antiche biografie del Macedone. Mi ha tuttavia colpito per la sua trasognata delicatezza quest’immagine tratteggiata dalla mia amica uzbeka. Per quanto scaturita da tradizioni popolari leggendarie, essa riflette appieno il carattere di Alessandro e la morbosa devozione di Efestione. Per quello che ne so, questo dettaglio così singolare e assolutamente coincidente nel suo svolgimento con quello della tradizione uzbeka, appartiene solo alla felice inventiva di Valerio Massimo Manfredi che l’ha riportato nel suo Aléxandros. Quando gliene parlai si sorprese non poco, egli per primo, di questa curiosa concomitanza e per aver involontariamente accreditato e “storicizzato” con la sua narrazione una leggenda locale che non conosceva.

D – Ci spostiamo sull’altro suo libro, Transiberiana. Le sarebbe risultato monotono il viaggio in Transiberiana senza scendere mai dal treno?

R – Non saprei dire. È vero che specificamente, per ciò che attiene il viaggio transiberiano, il treno ne è l’assoluto protagonista. Il treno non è solo il veicolo che ti trasferisce da un angolo all’altro del Pianeta ma diventa il luogo della conoscenza, il luogo degli incontri, il luogo di un altro disvelamento: quello di te a un altro te stesso, sostanzialmente sconosciuto. È nel treno che incontri le espressioni di tante culture ed etnie siberiane, è nel treno che schiudi veramente le porte su un mondo misterioso e inesplorato, su una geografia sterminata di popoli e ti piace naufragare in una babele di lingue, fra sguardi curiosi e interrogativi di persone che si aprono alla tua esplorazione e che hanno le tue stesse curiosità di conoscenza. Il treno, insomma, si fa motore di civiltà. È straordinaria soprattutto l’esperienza del contatto col volto ingenuo e sorridente di bambini con occhi dal taglio obliquo perduti nella plica mongolica. In essi squilla la luce dell’innocenza comune a tutti i bambini della Terra che si mescola con quella della curiosità propria dell’età. Il viaggio transiberiano più autentico è perciò quello che fai nel treno, prima di quello che fai col treno: un viaggio la cui destinazione sfuma in orizzonti confusi tra cielo e terra, oltre i finestrini rigati da strie di pioggia che corrono via cancellate dal vento della velocità. È un percorso odeporico che fai, come ho detto, principalmente da un te stesso a un altro te. È un te talvolta sconosciuto, che mette a nudo la propria interiorità in queste coordinate geografiche lontane che hanno per protagonisti l’azzurro di fiumi smisurati come oceani e il bianco delle cortecce delle betulle nei silenzi sterminati che dominano e diventano lingua madre. No, affrontato con lo spirito giusto, non ravviso nulla di monotono in un’esperienza in Transiberiana. Nel corso di giornate intere di viaggio, nel susseguirsi di centinaia di stazioni dai colori squillanti, non ho percepito né monotonia, né malinconia, né nostalgia. Riesci per lunghe ore a dialogare proprio col silenzio che si sovrappone addirittura allo sferragliare della ruote su binari ghiacciati o roventi e al loro stridio tagliente al passaggio su ponti senza fine. Lo puoi ascoltare in silenzio, perché parla, dà rilievo alle cose come una sonorità capovolta. Su un treno della Transiberiana lo spazio sembra fatto espressamente per i cercatori di silenzio perché si fa apprezzare, perché ti lascia in compagnia di te stesso, senza porti domande e senza importi risposte.

D - Ha mai sentito parlare degli Hunza, che pare siano anch’essi discendenti dei soldati di Alessandro Magno il quale si spinse fino alle pendici dell’Himalaya?

R - Sì, però non ne ho parlato nel mio libro perché l’avrei affollato di leggende e racconti fantastici. Gli Hunza, dal nome della valle e del fiume lungo cui vivono in alcune migliaia, sono noti anche con altre denominazioni fra cui quella di Burusci. Sono famosi per la loro singolare longevità e altre inconsuete caratteristiche antropologiche. Quella degli Hunza è un’etnia che vive nella cuspide confinaria, molto contesa, fra Pakistan, India e Cina, ai piedi dell’Himalaya. Si distinguono, oltre che per la longevità, per una lingua che non ha legami con nessuna di quelle parlate nella regione e perché (senza molto fondamento, in verità) ritengono di discendere dalla gente al seguito delle falangi di Alessandro Magno. Si sa che i soldati del Macedone, non più in grado di combattere, venivano lasciati a presidiare roccaforti e città di confine, costruite a decine lungo i percorsi della conquista.

A dare corpo a questa leggenda della discendenza macedone degli Hunza ha contribuito non poco il viaggio, di non molto tempo fa, di una loro autorevole delegazione in Macedonia accolta con grandi onori dalle autorità di questo Paese.

Non dissimili tradizioni di antica discendenza dagli opliti di Alessandro riguardano altre etnie della regione, come quella delle poche migliaia di Kafiri, per esempio, che si distinguono per la carnagione e gli occhi chiari e vivono nel Kafiristan, al confine settentrionale tra Pakistan e Afganistan. Kafir equivale in arabo a non credente e i Kafiri sono così conosciuti perché, rispetto a tutte le altrepopolazioni di quell’area geografica, non si sono mai convertiti all’Islam.

Ho trovato curiosa la storia di un gruppo di questi Kafiri che, intorno all’anno 1000, al seguito degli Omayyadi, giunsero in Spagna prima e poi in Italia Meridionale distinguendosi come abili navigatori, mercanti e importanti armatori dei tempi più recenti. Il loro cognome è oggi Cafiero che riflette quello antico di Kafir, probabile progenie dei guerrieri di Alessandro. È difficile stabilire linee di discendenza dai macedoni di Alessandro, a distanza di 23 secoli dall’epoca della conquista di queste regioni. Va considerato che durante questa fase della guerra di conquista asiatica (siamo intorno al 320 a.C.) l’esercito del Macedone era composto forse solo da una minoranza di soldati macedoni e greci. In larga parte era formata dalle nuove leve dei popoli conquistati, Persiani, Sogdiani, Battriani, Ircani, Drangiani etc. A presidio delle terre conquistate venivano lasciate persone non più idonee alle armi, verosimilmente genti delle stesse regioni conquistate, talvolta mercenari, più spesso disertori, insomma i peggiori, che non erano normalmente i Macedoni e i Greci molto meglio educati al mestiere delle armi. Le terre dove vivono queste rare popolazioni che vantano la discendenza macedone sono ubicate in aree geografiche montagnose e talvolta perfino inaccessibili, decisamente fuori dal percorso seguito dall’armata di Alessandro nel suo spostamento dalla Sogdiana (Uzbekistan) verso l’India.

D - Cosa pensano del nostro paese, in genere, le persone che ha avuto modo di incontrare?

R - L’Italia è molto apprezzata anche se nota più spesso per luoghi comuni e sentito dire. Fanno la gloria del nostro Paese famosi giocatori del calcio, qualche cantante alla moda non meno dei prodotti tipici della nostra cucina e dell’abbigliamento. A tessere le lodi patrie sono persone di limitata cultura che finiscono per mettere sullo stesso piano Leonardo e Al Capone. Gratifica molto invece sentir parlare con competenza e quasi venerazione dell’Italia da chi ha una più approfondita conoscenza della cultura occidentale.

Nell’ O’zbekiston Davlat San’at Muzeyi, il Museo di Belle Arti di Tashkent, ha suscitato tutta la mia meraviglia una sala ricchissima di opere d’arte dedicata in prevalenza ad artisti italiani del Rinascimento e dell’Ottocento. Mai mi sarei aspettato di trovare in quel luogo qualcosa del genere. Fra originali e copie di grandi maestri, mi ha colpito in special modo una sensualissima statua di Frine, incantevole capolavoro giovanile del milanese Francesco Barzaghi in un marmo levigato come avorio che si fa quasi carne viva ed esprime in uno slancio di puro dinamismo un’incredibile vitalità statica.

D - Dopo tanto viaggiare si sente più cittadino del mondo o italiano?

R - Beh, da tempo sono cittadino del mondo; amo tuttavia orgogliosamente e cocciutamente le mie radici italiane ben abbarbicate nel Sud del Paese. Sarebbe un’anomalia se non fosse così. Vi sono sottili capillari di sangue vivo e irriducibile che mi legano come cordoni ombelicali ai luoghi dove sono cresciuto, dove ho imparato a leggere negli orizzonti fra cielo e mare non linee di confine ma traguardi da raggiungere. E quando questo è avvenuto, quando ho smarginato per la prima volta oltre le righe della lettura abituale, allora mi sono ritrovato nelle glosse e nelle pagine a cercare ciò che avrei voluto esplorare per possederlo per farlo mio, perché si possiede veramente solo quello che si conosce. Ecco, in questo senso mi sento cittadino del mondo e a mio agio quando sono appagato e vinto da quello che mi stupisce. Capisco, forse per istinto, che il giorno in cui non mi sorprenderò più di nulla sarà pure quello in cui la vita diventerà un percorso piatto di abitudine e quotidianità senza stimoli di interesse: un vita amorfa. Perché, come ho detto prima, solo una vita fitta di curiosità è veramente degna di essere vissuta. In questo credo fermamente.

Grazie

 










Presentazione a Marsala
Complesso Monumentale San Pietro
25 maggio 2018 - ore 18.00



 

Venerdì 25 maggio alle 18.00, nella Sala Conferenze del Complesso Monumentale San Pietro di Marsala, è stato presentato TRANSIBERIANA di Vittorio Russo.
 
 
Vincenzo Forti, co-protagonista della lunga avventura transiberiana oggetto del libro, ha introdotto l’Autore e il presentatore Giacomo Di Girolamo. Ha ripercorso con bruciante sintesi le tappe di questo spericolato viaggio, lungo dodicimila chilometri attraverso la tundra siberiana e la steppa mongolica fino all'arrivo a Vladivostok sulle sponde del Mar Giallo, sul Pacifico. 
Dal canto suo il giornalista Di Girolamo ha indugiato sulla natura di questo viaggio, di come la il libro sia tutt'altro che una guida, perché s’inserisce autorevolmente nel filone dell’antica tradizione della letteratura di viaggio. Transiberiana, infatti, del viaggio richiama il fascino fissato nell'immaginario collettivo, ma si arricchisce poi di spunti d’indagine, di approfondimenti culturali di tradizioni religiose e di richiami storici che trovano un riscontro puntuale nelle descrizioni accurate e nella capacità di coinvolgimento del lettore. L’Autore si è soffermato, invece, sulla specificità di un certo tipo di scrittura in un lavoro come questo. In esso egli smette di essere “Scrittore” per farsi soprattutto “Descrittore”. Descrittore di eventi e di esperienze. Un siffatto tipo di narrazione mira a catapultare il lettore nella dinamica del viaggio, nella sua temporalità cronologica e fa dell’Autore colui che osserva per raccontare prestando i propri occhi a chi legge per fargli vivere le proprie emozioni. Nella prospettiva del più antico cronista della storia, Erodoto, il narratore autentico è lo “histor” ovvero "colui che ha visto". Nel tempo histor diventa lo “storico”, come poi impropriamente è chiamato Erodoto stesso, anzi il Padre della Storia. Il “Descrittore” dunque deve saper rendere il suono dell’acqua che scorre su una foglia o lo scricchiolio di un ramo che si spezza. Nondimeno, questo ancora non basta perché il suono non dice tutto. È solo lo spunto. Egli deve destare sensazioni visive, ottiche, olfattive, tattili oltre a quelle auditive. Insomma, il racconto deve tendere a una resa sensoriale totale e confusiva, un’associazione dove i sensi smarginano in funzioni improprie, ossia quella figura retorica che si chiama “sinestesia”. Solo in questo modo il Descrittore assolve al suo compito. Solo così diventa moltiplicatore di esperienze spazio-temporali come si addicono a un’avventura di viaggio così particolare quale è quella transiberiana. L’intervento dell’Autore è diventato poi narrazione di momenti entusiasmanti di conoscenza e di coinvolgimento nel corso del viaggio. Con l’amico Vincenzo ha rievocato aneddoti di difficoltà vissute e avventure di ricerca con approfondimenti di ritualità religiose, di tradizioni, di culture e arte di un mondo lontano e sfuggente. Soprattutto della sua ricchezza di inimmaginabili valori e delle memorie plurimillenarie del sapere sciamanico della terra mongola. Un viaggio con la Transiberiana diventa in tal modo la scoperta di una dimensione lontana, osservata con la curiosità che fa di un'esperienza del genere un interminabile successione di stimoli e di interessi che rendono la vita veramente degna di essere vissuta.
Come in precedenti presentazioni il libro ha suscitato curiosità e interesse anche nei marsalesi che hanno partecipato alla manifestazione.
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TRANSIBERIANA AL SALONE INTERNAZIONALE DEL LIBRO TORINO 13 MAGGIO 2018
domenica 13 maggio 2018 alle ore 14.00, nella Sala Romania del Salone Internazionale del
Libro a Torino è stato presentato il libro di Vittorio Russo TRANSIBERIANA. 

Preceduto da un'introduzione dell'Editore Sandro Teti, il corrispondente RAI di Mosca, Marc Innaro, prefatore del libro, ne ha tracciato un profilo colto e dettagliato. Marc Innaro ha immediatamente coinvolto Eduard Lemonov, intellettuale russo al centro dell’attenzione internazionale per la caratura politica e ancor più di intellettuale e di raffinatissimo poeta cui Emmanuel Carrère ha dedicato una biografia che è diventata un best seller internazionale. Limonov potrebbe essere definito “l’ultimo dei poeti maledetti” dopo i Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé e i vari Esenin, Bukowski, Brodskij, è stato candidato al Nobel per la letteratura e ha vissuto una vita di sconvolgenti vicende esistenziali, ha espresso la sua interpretazione dell’universo siberiano per le molteplici esperienze politiche e il riassetto geo-politico di questa terra sconfinata che sfugge alla reale interpretazione del popolo russo.Vittorio Russo ha sintetizzato il suo modo di sentire l’immensità silenziosa e fremente di questa terra smisurata: una montagna orizzontale - così l’ha definita - che si allunga per dodicimila chilometri, includendovi una deviazione inevitabile in Mongolia e Manciuria. Ha sollecitato l’attenzione del pubblico sulla peculiarità fisica del paese, uno scandalo geologico per le ricchezze del sottosuolo, peculiarità nella geografia non meno che nella cultura delle sue innumerevoli etnie diventate popolo unico sotto la comune bandiera russa.  Su queste etnie Vittorio Russo ha voluto indugiare richiamando il fascino della conoscenza e dell’esperienza elettrizzante di un contatto che dice come talvolta le lontananze tra le genti sia più nelle distanze geografiche che non nei comuni modi di sentire e di intendere. In un viaggio tanto lungo, assolutamente fuori dal tempo di orologi e calendari, si abbassano tutti i ponti levatoi del sospetto e della riservatezza, si dialoga senza parole, si fraternizza bevendo vodka da un comune bicchiere consumato dall'uso ed è straordinario cogliere il comune desiderio di comprensione che fa del bisogno di conoscere una delle condizioni perché l’esistenza abbia veramente un senso. Alle genti bellicose della terra l'Autore si sente di suggerire un viaggio in Transiberiana. Un viaggio come questo non avrebbe tuttavia molto senso se non fosse concepito nella prospettiva della ricerca di una dimensione culturale dei popoli che lo abitano, dell’interesse alla loro visione della vita alla luce di tradizioni millenarie, alla loro comprensione della natura che contempla il rispetto di ogni foglia, di ogni goccia d’acqua, di ogni soffio di vento, di ogni filo d’erba, di ogni volo di farfalla... Sono seguite domande curiose dei lettori a testimonianza di un interesse che è andato man mano crescendo fino alla conclusione in un tempo molto breve per un dialogo su un tema così denso di fascino che non ammette, invece, orizzonti temporali.

15 maggio 2018

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Presentazione a Roma 

TRANSIBERIANA di Vittorio RUSSO

Istituto di Cultura e Lingua Russa


Venerdì 13 aprile 2018 - ore 18.00




Da che vado in giro per il mondo, cioè da tanto tempo, ho capito che è facile fare un viaggio, non importa se tra geografie complicate e asperità imprevedibili. È facile soprattutto se viaggiare diventa il modo di conversare con altre culture e altre storie di vita. Più sfidante ancora è fare del viaggio un’opera mirabile, forgiandolo perché faccia di me ogni volta una persona diversa e sempre diversamente affamata di curiosità.Ieri, 22 marzo, a Caserta, fra i ragazzi del Liceo Giannone, accarezzati come i cavalli di Idomeneo dalle docili redini delle prof.sse Campanile, Borrelli e Lucente, ho avuto la certezza che un viaggio non è bello e non ha senso se non lo possiedi con chi non l’ha fatto ancora. Lo condividi allora scrivendo ma soprattutto de-scrivendo. Ho avvertito l’emozione di raccontare a questi ragazzi vertigini di voli transiberiani e ho percepito la malia di tanto interesse nei loro sguardi adolescenti accesi di stupore.Mi piacerà perciò viaggiare ancora per sentire il fremito della nostalgia di ritornare e riprendere il racconto là dove ci eravamo fermati…



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Una nave di libri per Barcellona - IX Edizione - 21 - 24 aprile 2018

 


IX Edizione della Nave dei Libri - Aprile 2018

Presentazione di TRANSIBERIANA di Vittorio Russo, in occasione della Giornata Mondiale del Libro il 23 aprile 2018 a Barcellona. La celebrazione annuale della Festa dei libri e delle rose, che si svolge a Barcellona nel giorno di San Giorgio, anche quest’anno ha reiterato il singolare rito della Nave dei Libri con il popolo dei suoi cultori, scrittori e autori italiani e stranieri che hanno presentato le loro opere.
Introdotto dal giornalista Rai, Luca Zaramella, TRANSIBERIANA è stato presentato dal filologo e scrittore Gianni Zagato. La sua attenta indagine ha saputo focalizzare le ragioni più intime e profonde che danno senso a questo viaggio tanto peculiare. Prima che nella geografia e nelle curiosità storiche di un mondo così distante dai nostri valori, le radici del libro più autentiche vanno ricercate nell’ambito umanistico-antropologico che animano l’autore e che caratterizzano tante pagine del suo libro. Il viaggio transiberiano non è solo quello COL TRENO ma principalmente quello NEL TRENO. È il cammino silenzioso fra i volti e fra le genti di un mondo segreto e remoto, fra gli spazi di un’Asia incredibilmente lunga e contorta. È un andare oltre la geografia fisica per entrare nella vita dei costumi, dei miti, della religiosità sciamanica e del tempo di popoli di civiltà sepolte. Insomma, è un varcare le frontiere degli spazi della Terra per entrare negli enigmi della psicologia e delle anime delle genti. Rulla il tempo di questo viaggio e scorre lungo i binari di inimmaginate distanze, da Ekaterinburg a Omsk, da Krasnojarsk a Irkutsk e poi lungo il Lago Baikal, immenso, fino a Ulan-Udè. Prosegue quindi verso meridione, in Mongolia, a Ulaan Baatar e Tsonjin Boldog per continuare infaticabilmente lungo l’arco confinario della Manciuria cinese per giungere infine a Vladivostok, la segreta, sulle sponde del verde Mar del Giappone. Quanti scenari si sono schiusi agli occhi dei due viaggiatori protagonisti del libro, fra etnie sperdute in spazi come oceani di betulle, di erbe e di sabbie. Popoli che pure vantano glorie mongole, tatare e unne che impallidiscono nel passato e non si affacceranno al futuro perché il tempo vive in fretta e in fretta relega i grandi eventi negli angoli bui della storia.
L’Autore dal canto suo, in piacevole polemica con lo scrittore Simone Perotti, compagno di penna e di acqua salata, perché marinaio e navigante come lui, ha indugiato sulle suggestioni giovanili quelle salgariane che decidono non solo un viaggio come questo transiberiano, ma una vita stessa talvolta, come la sua di navigante, di Capitano di Lungo Corso e un po’ CORSAro. Senza che però corsaro abbia una connotazione negativa. Corsaro non meno di tanti autentici corsari e ammirevoli maestri del viaggio di lungo corso: i Garibaldi, i Bixio, i Rimbaud, i Pasolini e i Terzani, per non citare che i più noti e acclamati.
Il senso dell’interpretazione dell’andare diventa in un libro come Transiberiana analisi della ricerca di un sé senza orizzonti. Perché il viaggio è pure quello di una Transiberiana interiore, senza indicazioni di orientamenti cardinali, è quello che va da una parte dell’io all'altra in una scoperta del sé che è anche la più impervia.
Questa intrigante proiezione, ben oltre il superamento della sterminata montagna orizzontale del viaggio asiatico, ha sollecitato l’interesse e la partecipazione dei convenuti. Fra gli altri quella del colto Mario Capanna, leader studentesco di un indimenticato 68, della poetessa e scrittrice Fiorella Cappelli, della biologa Federica Marmo e del fine dicitore Gino Manfredi, interprete brillante di un sorprendente “Omaggio a Rossini”, un’intervista immaginaria al grande pesarese su testo di Gianni Zagato.
La manifestazione culturale ha vissuto momenti di straordinaria intensità, che si sono protratti fino a tarda notte grazie ai cantori sardi del Coro polifonico di Atzara, con i loro struggenti canti popolari, le danze folk e… la degustazione di prodotti tipici della loro isola.

25.04.18




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Presentazione del Libro "TRANSIBERIANA" di Vittorio Russo
Museo Archeologico Provinciale di Salerno

giovedi 15 mar, 2018

 

Venerdì 16 marzo, alle ore 17.00, presso il Museo Archeologico Provinciale di Salerno si terrà la presentazione del libro di Vittorio Russo “Transiberiana”, pubblicato dalla Casa Editrice Sandro Teti. Interverranno Giuseppe Canfora, Presidente della Provincia di Salerno, Mariarosaria Vitiello, Consigliere politico del Presidente per le politiche culturali educative e scolastiche, Ciro Castaldo, Dirigente del Settore Musei, Biblioteche e Pinacoteche. Con l’Autore dialogheranno Barbara Cussino e Paolo Romano.

A bordo dello “smisurato serpente” della Transiberiana, la ferrovia più lunga della terra, Vittorio Russo ci guida alla scoperta di territori sterminati: dopo aver visitato Mosca e i suoi incredibili tesori, si parte alla volta della Siberia dove l’incontro con lo sciamanesimo diviene racconto e testimonianza del legame intimo tra l’uomo e la natura e dove, come si legge nella prefazione a firma di Marc Innaro, “si torna a scoprire il mistero del sacro, il valore inestimabile del tempo, la forza dirompente dell’ingenuità, la meraviglia della semplicità”. In Mongolia l’autore ci conduce negli spazi sconfinati della steppa, ci fa rivivere la quotidianità dei nomadi, ci introduce all’interno della gher, la tipica tenda mongola. L’ultima tappa del viaggio è Vladivostok, “una metropoli moderna che non ha assolutamente nulla da invidiare neanche alla più dinamica città occidentale”, ricca di sale da concerto, teatri e luoghi d’arte.
Nel reportage di questo viaggio lungo dodicimila chilometri incontriamo popolazioni e culture apparentemente lontane, ma in realtà profondamente vicine a noi, perché, come sottolinea l’Autore, “le distanze fra gli umani sono talvolta maggiori fra i luoghi di origine che non nel comune sentire”.






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CASERTA. All’Enoteca provinciale presentazione del libro di Vittorio Russo dal titolo “Transiberiana”

15 gennaio 2018 BELVEDERE NEWS, libro transiberiana di teti editore, vittorio russo

 

NUNZIO DE PINTO

All’Enoteca provinciale presentazione del libro di Vittorio Russo dal titolo “Transiberiana”

CASERTA – Martedì, 16 gennaio 2018, con inizio alle ore 17.00, presso l’Enoteca provinciale sita in Via Cesare Battista, lo scrittore Vittorio Russo presenterà il suo ultimo libro dal titolo “Transiberiana”, reportage di un viaggio lungo 12 mila chilometri che valica i confini geografici e culturali che separano Occidente ed Oriente con l’introduzione di Marc Innaro. Con la partecipazione dell’autore porteranno il loro saluto ai presenti il Presidente della Camera di Commercio di Caserta, Tommaso De Simone, l’Assessore del Comune di Caserta Daniela Borrelli, Mario Luise, Lydia Nannolo, Svetlana Bulgaro. Coordinano Le piazze del Sapore in collaborazione dell’Auser Caserta – Ufficio Immigrati CGIL provinciale. “Transiberiana” della Teti Editore è il reportage di un viaggio lungo 12 mila chilometri che valica i confini geografici e culturali che separano Occidente e Oriente, in pratica un libro alla scoperta dell’esotico, “selvaggio” e più autentico Oriente. Lo scrittore ci fa strada tra le sconfinate terre russe e la civiltà mongolica e ci porta con lui nei vagoni della ferrovia più lunga del mondo, l’infrastruttura faraonica che fu costruita anche grazie al contributo delle maestranze friulane, fatto noto più in Russia che in Italia e sul quale si sofferma e rievoca in queste pagine. Luoghi e popoli così distanti non sono mai stati tanto vicini. Capitano di lungo corso, Vittorio Russo è giornalista, viaggiatore e scrittore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del cristianesimo tra cui “Il Gesù storico” (Editrice Fiorentino, 1978), vincitore del premio Montecatini 1980 per la saggistica. È autore di antologie narrative e romanzi come “La decima musa” (M. D’Auria Editore, 2005), “Quando Dio scende in terra” (Sandro Teti Editore, 2011) e “La porta degli esili sogni” (Cairo Editore, 2017). Dai suoi viaggi sono nati libri che intrecciano geografica, mito e storia, tra questi “India mistica e misteriosa” (2008), “Sulle orme di Alessandro Magno” (2009) e “L’India nel cuore” (2012) premio letterario Albori 2012 e finalista al premio Rea 2013.

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AL QUINTO CONCERTO LETTERARIO: l’ultimo libro di Vittorio Russo, Transiberiana, edito da Sandro Teti nel 2017. Venerdì 23 marzo 2018 h. 15.30 Aula Magna del Liceo Classico “P. Giannone”

Venerdì 23 marzo 2018 alle h. 15.30 presso l’Aula Magna del Liceo Classico “P. Giannone” di Caserta si terrà il quinto appuntamento del progetto di lettura e di presentazione di libri “I Concerti Letterari”, giunto ormai al suo quarto anno di vita. Protagonista sarà la letteratura odeporica e i viaggi intesi non solo come spostamento fisico, ma anche come percorsi di crescita dell’anima e dell’intelletto: con l’intento di attraversare e approfondire diversi generi letterari, infatti, la docente referente, prof. ssa Daniela Borrelli ha scelto l’ultimo libro di Vittorio Russo, Transiberiana, edito da Sandro Teti nel 2017, quale focus della discussione. Vittorio Russo, capitano di lungo corso, è giornalista, viaggiatore e scrittore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del cristianesimo, vincendo nel 1980 il Premio Montecatini per la saggistica.
È autore di antologie narrative e di romanzi; dai suoi viaggi sono nati libri che intrecciano geografia, mito e storia, tra cui Sulle orme di Alessandro Magno (2008) e L’India nel cuore (2012), premio letterario Albori 2012 e finalista al premio Rea 2013. Quest’ultima narrazione di viaggio è l’affascinante diario di un’impresa non da poco, dal momento che egli si è avventurato lungo il leggendario percorso della ferrovia Transiberiana, la quale dall’Europa all’Asia attraversa tutta la Russia, passando per la Mongolia, per terminare a Vladivostok, al confine con la Corea.
Non si tratta soltanto, com’è evidente, di un complesso itinerario geografico, che attraversa paesaggi di solenne bellezza, dalle montagne del Caucaso alle foreste siberiane alle steppe mongole; quello lungo la Transiberiana è una sorta di pellegrinaggio nella storia e nella geopolitica, talvolta fuori dal tempo, come può sembrare attraversando i piccoli villaggi isolati nella taiga. Dopo i saluti della D.S. prof. ssa Marina Campanile e un’introduzione a cura della prof. ssa Daniela Borrelli, dialogherà con l’autore la prof. ssa Marilena Lucente, pugliese, che vive a Caserta da tempo a Caserta dove insegna e collabora con giornali e riviste.
Tra i suoi testi di narrativa, Scritto sui banchi e Di dove sei (Cargo 2005 e 2008) e Le giocatrici (Spartaco 2014). Per il teatro ha pubblicato il testo Napoli 1967. Rivoluzione d’amore (Caracò 2012), vincitore del Premio giuria popolare Antonio Laudiero – Teatro per l’impegno civile. 
È autrice anche di saggi pedagogici per la scuola. Per la trasmissione radiofonica Fahrenheit RaiRadioTre ha curato un ciclo di audio documentari intitolati Fahrescuola (marzo 2013).
Si raccomanda, come di consueto, agli allievi iscritti al progetto di recarsi in Aula Magna 15 minuti prima dell’inizio dell’incontro e di firmare per la propria presenza in ingresso e in uscita.


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Presentato alle Scuderie di Villa Favorita il libro di Vittorio Russo, Transiberiana.

 

Di Pasquale d’Orsi

 

Transiberiana’ è un viaggio lungo 12 mila chilometri intrapreso da Vittorio Russo tra le sconfinate terre russe e la civiltà mongolica e porta con se il lettore nei vagoni della ferrovia più lunga del mondo, una costruzione faraonica costruita anche grazie al contributo delle maestranze friuliane.

L’inaugurazione ufficiale dei lavori avvenne il 31 maggio 1891: la cerimonia si tenne vicino a Vladivostok, alla presenza del futuro imperatore Nicola II. La posa delle rotaie di tutta la Gran Via Siberiana terminò dieci anni dopo, il 3 novembre 1901, quando i costruttori della ferrovia cinese-orientale incontrarono quelli della Transiberiana. La forza lavoro impiegata all’apice della costruzione arrivò a contare circa novantamila uomini, molti dei quali condannati ai lavori forzati. In migliaia morirono per le terribili condizioni di lavoro. La costruzione dell’imponente opera venne effettivamente completata il 5 ottobre 1916.

L’incontro, moderato dal giornalista Salvatore Perillo, ha visto come relatori l’avvocato Alfredo Parisi e la giornalista Pina Visciano. Alcuni brani del libro sono stati proposti da Eva Contigiani e da Paquito Catanzaro.

 24.02.18

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TRANSIBERIANA


di Vittorio Russo

Introduzione di Marco Innaro

Sandro Teti Editore





viaggi24

viaggi24 Sulla Transiberiana, il racconto di un viaggio fuori dal tempo

·         EDIZIONE DEL 24 GENNAIO 2018·         

DA MOSCA A VLADIVOSTOK

Sulla Transiberiana, il racconto di un viaggio fuori dal tempo

·         – di Serena Uccello

·         24 gennaio 2018

(Mark   AsIA  MONGOLIA

 

Basta il nome per evocare centinaia e centinaia di pagine, migliaia di immagini, un mito. Letteratura, cinema, fotografia. Un mito narrato, raccontato con la luce e la parola: è la Transiberiana, la Transsibirskaia Magistral, la ferrovia più lunga della terra, ovvero “…oltre 12mila chilometri in geografie mutevoli, fra genti fuori dagli spazi delle conoscenze normali, fuori forse anche dal tempo secondo i nostri orologi e i nostri calendari, con tradizioni e culture da stupore”. Il sogno del viaggiatore, sia che si immaginino chilometri innevati o pianure di un verde abbagliante. Paesaggi desolati o architettura mostruose. E sia che si tratti di un progetto concreto o di un sogno su quel treno, che da Mosca ci porta a Vladivostok, possiamo ora salirci tutti grazie alle pagine di “Transiberiana” (Sandro Teti Editore, pp.195, 15 euro) di Vittorio Russo.

Racconto di viaggio, racconto di “un viaggio attraverso la Siberia con una deviazione verso Sud, in Mongolia. Ritorneremo poi in Siberia, sfiorando l'arco confinario della Manciuria, per giungere infine a Vladivostok, sul Mar del Giappone…”. Su questo treno - e su questa rotta - che ebbe il suo battesimo ufficiale all'Esposizione universale di Parigi del 1889 e che quindi idealmente sposò l'ingresso nella modernità decretato dal salto verso il cielo della Tour Eiffel – possiamo scoprire centinaia di villaggi, molti dei quali nati proprio durante la sua realizzazione e vedere quanto qui il sogno del futuro fu solo sfiorato per mai compiersi.

o     

Il viaggio sulla Transiberiana

 

Russo accompagnato dall'amico Vincenzo, di cui però poco ci racconta se non ritrarlo come buon compagno d'avventura, fa prima tappa a Mosca. E della capitale russa colpisce soprattutto il racconto della metropolitana. Buona intuizione questa, peccato che non sia stata sviluppata come avrebbe meritato e che avrebbe reso la città, così ritratta, inedita, sconosciuta, affascinante. “Ancora più intrigante è muoversi nel ventre sconfinato della città – scrive Russo - nei suoi sterminati meandri sotteranei che tagliano e perforano il sottosuolo in profondità tridimensionali impressionanti. E' un mondo criptico …uno smisurato dedalo nel quale è normale sentirsi come un pigmeo davanti un grattacielo”.

Quanta umanità avremmo potuto conoscere in questo dedalo! Questo ci importa in queste pagine che, affondando in quella carne, avrebbero potuto forse fare il salto verso una dimensione letteraria più compiuta, uscendo dal perimetro affascinante certo, ma piccolo, del racconto di viaggio. L'effetto è quello dello spettatore che sbircia dalla finestra senza aver mai il coraggio di affacciarsi e magari da quella finestra scegliere di parlottare con il passante.

Il viaggio comincia dalla stazione di Kazanskij da qui si muovono i convogli diretti oltra gli Urali e verso il Sud Est siberiano. Passato ma anche futuro perché da qui partiranno i treni ad alta velocità che collegheranno Mosca a Kazan in meno di quattro, molte in meno delle attuali dieci. “La Kazanshij è un formicaio terrificante. La gente sembra roteare come una massa liquida che scorre dalla vasta platea della piazza Komsomol'skaia verso la gola stretta dell'ingresso della stazione: un imbuto nel quale fra spinte e rotolare di trolley affoga un intenso vocìo!”. Dopo ventisei ore di treno si giunge a Ekaterinburg, dove anche la storia di fermò, qui vennero infatti uccisi l'ultimo zar Nicola II e la sua famiglia. Qui in piena guerra fredda venne catturato il pilota americano Gary Powers, protagonista di uno scambio tra prigionieri politici con la spia russa Abel, catturata dalla Cia a New York. La storia è stata di recente raccontata, con una certa enfasi da Steven Spielberg ne “Il ponte delle spie”.

Torniamo in carrozza , rotta verso Irkutsk, poi Omsk, poi a Tajset “stanzioncina anonima”, scrive Russo, importante perché da qui parte la ferrovia Bam “che può essere considerata una delle più impegnative opere del XX secolo, anche se molti, verosimilmente, non ne hanno mai sentito parlare. Bam è un acronimo che sta per Bajkal-Amur ed è la ferrovia che unisce la Siberia centrale con il Pacifico. Si dirama verso levante partendo proprio da Tajset, città fondata verso la fine del XIX secolo che gode pure del non piacevole privilegio di essere menzionata da Aleksader Solzenicyn in “Arcipelago Gulag”. Siamo dentro uno dei testi più importanti per comprendere il ventesimo secolo. Chilometro dopo chilometro tocchiamo la Mongolia. Vi giungiamo attraverso le notti e le albe, guardando le facce ed ascoltando i nostri compagni di viaggio ora il giovane kirill, ora Tanja. Ci muoviamo tra pranzi improvvisati e cena che ristorano.

Il treno è la perfetta scatola del reportage che però proprio in questa dimensione entra in affanno. Eppure la pagina di Russo ha ritmo, e lo sguardo è ben calibrato. La capacità descrittiva dell'autore non si nutre però della vita dei protagonisti di volta in volta incontrati, li sfiora e li accarezza, ci porta ad osservarli come seduti in prima fila mentre noi avremmo voluto abbracciarli e con loro compiere il viaggio per eccellenza.



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PANORAMA LIBRI

Vittorio Russo,

'Transiberiana'

La recensione

Un viaggiatore sfida l'enigma della lontananza con una cascata di impressioni che, stazione dopo stazione, diventano lezione di vita

27 gennaio 2018

·  Panorama 

·  Cultura 

·  Libri 

·  Vittorio Russo, 'Transiberiana' - La recensione

della foto di copertina 

Michele Lauro

 

"Oh i treni come assomigliano alla vita" diceva Dino Buzzati nel racconto ferroviario intitolato Qualcosa era successo. Treni pendolari, purgatori itineranti, treni prigione, inferni di lamiera come nel drammatico incidente di questi giorni, treni deportati come quelli che partivano dal Binario 21 della Stazione centrale di Milano diretti ai campi di sterminio. Treni condensato di umanità, serpenti primordiali, promessa d'orizzonte. Treni leggendari, finestre sull'ignoto, cibo per viaggiatori capaci di catturare frammenti di spazi senza tempo. Ad esempio la Transiberiana, in questo emozionante reportage di Vittorio Russo.

La dismisura spaziale e il patto del viaggiatore

Lo scrittore affronta la ferrovia più lunga della Terra con spirito da viandante, da animista laico, preparando con cura una doppia sfida: quella con le sue distanze "intimidatorie" - dodicimila chilometri da Mosca a Vladivostock, sul mar del Giappone, compresa una deviazione in Mongolia - e quella con sé stesso. L'avventura di un viaggio, spiega nel prologo, muove dalla predisposizione a spogliarsi della logica preordinata per lasciare spazio agli enigmi. Specie nel cerchio dantesco della terza classe, che nel mondo occidentale le ferrovie hanno abolito insieme agli interregionali, come se si potesse sopprimere un intero continente umano.

La forma del suo raccontare è nello stesso tempo aulica e sommessa, colta e poetica, raffinata e romantica. Con mitezza straordinariamente empatica ci presta le sue papille per assaggiare un acido borsc nel vagone ristorante, e subito dopo il suo esperanto per districarci nella babele linguistica dello scompartimento. Ci contagia ora con aristotelica eudaimonia, la felicità desiderata o intravista nell'incontro con l'altro, ora con il disagio di solitudini affollate di rumori. Ci fa commuovere davanti al sorriso di un bimbo e tremare sotto lo sguardo tagliente di una guardia di confine. Sempre ci presta i suoi occhi per guardare fuori dal finestrino. E scoprire che "ogni cosa è eternamente un'altra cosa".

Verso est, verso un altrove senza orizzonti

Dopo un assaggio di Mosca con le sue grandi meraviglie e grandi contraddizioni, fra il luna park della cattedrale matrioska e i sotterranei della metropolitana arredati a salotto, una volta superati gli Urali il tempo rallenta il proprio ritmo. Il corpo asseconda l'incessante rollio della rotaia, il respiro si assesta sul colore della terra nuda. EkaterinburgOmskIrkutsk, villaggi radi come presepi polari nella foresta di betulle. In Siberia Vittorio Russo sperimenta la metamorfosi del viaggiatore: diventare egli stesso un andare, una semplice antenna percettiva. Si abbandona agli incontri, alle fantasie, alle digressioni sui binari dell'anima.

Belle e profonde, le storie del lago Bajkal pescano in uno sciamanesimo devoto a tutte le forme viventi. Si doveva venire fin qui, uno potrebbe pensare, per ripassare l'intima correlazione del mondo, concepire il rispetto della natura e della sua ciclicità come il senso stesso della vita? Sì, a volte il senso del viaggio è questo, tornare all'essenziale, espellere dai pensieri il calcolo di un tornaconto, guardare la diversità come risorsa, ammettere che solo la relazione costruisce l'identità degli uomini. Fra le storie del lago Bajkal c'è anche quella degli scalpellini friulani che vennero fin qui a morire di freddo lavorando a un ardimentoso tratto di Transiberiana. Un'altra piccola lezione di vita.

Il "fuori pista" in Mongolia costituisce un avvincente diversivo cominciato con 14 ore di autobus da Ulan-Udé a Ulaanbaatar, "avviluppati e sovrapposti come le foglie di un carciofo". Quel continente misterioso è popolato da gente - appena 3 milioni di persone in un territorio sei volte più grande dell'Italia - capace di dialogare con le foglie e con le pietre, con i ruscelli e con le aquile. Accompagnato dalla dolce Tuya, la guida che conserva nel nome la "luce dell'alba", Vittorio Russo penetra nella quotidianità essenziale delle gher, le tende dei nomadi, assorbe il panteismo sciamanicodegli anziani, rilegge il mito feroce di Gengis Khan e il mito gentile del buddhismo tibetano, avventurandosi perfino a montare un cavallo mongolo.

Nomadismo e fratellanza

La magia riempie gli spazi verdi e smisurati, riverberandosi nel silenzio della steppa. E perfino di fronte alla circospezione minacciosa dei doganieri mongoli, davanti a quei volti d'una "bruttezza aggressiva" e "senza nessuna traccia di pensiero", lo scrittore mantiene lo sguardo aperto, non giudicante, esploratore di un mondo che si svela solo a frammenti. L'ultima tappa è l'imprevedibile Vladivostock, città-adolescente, multietnica, vibrante, piena di riminiscenze italiche eppure simbolo di una distanza ancora tutta da colmare, città di cui nell'inserto fotografico mi rimane impressa un'immagine che parla da sola: libri a disposizione di tutti in un parco pubblico.

Più che la virtù dei forti, come dice il proverbio, la pazienza è la condizione di molti, o meglio di tutti, conclude Vittorio Russo nell'epilogo, riferendosi all'etimologia del verbo patire. Ma sarebbero parole vuote senza quei dodicimila chilometri alle spalle, ancora traboccanti di umanità. Partire, farsi inghiottire dal nulla, ampliare la visione. Gialli e bianchi, russi e buriati, circassi ed evenchi, mongoli e siberiani. Da un libro come questo si impara fra l'altro a non fidarsi mai del sentito dire. Il messaggio è limpido, universale: "ai popoli bellicosi della Terra occorrerebbe un tirocinio d'amicizia sulla Transiberiana". 

 

Vittorio Russo
Transiberiana
Sandro Teti Editore
195 pp., 15 euro

© Riproduzione Riservata

 

 

 

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LA VOCE ELLA RUSSIA (SPUTNIK)

Intervista di Tatiana Santi

a Vittorio Russo Autore di

TRANSIBERIANA

Sandro Teti Editore

 

-Perché ha deciso di intraprendere il viaggio lungo la Transiberiana e soprattutto perché ha deciso di scrivere un libro in merito, se vogliamo, percorrere così un altro viaggio, questa volta letterario?

 

Un viaggio come questo fluttua da sempre come sogno nell’immaginario di tutti. Vive in una sorta di letargo della fantasia dei sognatori e di quelli che non lo sono. Lo costruisce idealmente la lettura di libri di mondi che ti hanno affascinato da adolescente, di dimensioni lontane, di costumi intriganti, di arti e culture di popoli di cui già il nome ti emoziona. Da sogno può anche morire per sempre nella mente se non sai estrapolarlo dalle pagine dei libri che hai letto e nei quali è sepolto. Si fa vero di vita e di avventura quando hai vinto il braccio di ferro con un te stesso oscuro e pigro, quando più forte di te è il desiderio di smascherare i giganti tenebrosi che agitano braccia mostruose e tu vuoi vederli invece quali sono: mulini a vento della realtà. Questo viaggio nasce perciò dalle pagine ormai polverose di libri di avventura dell’adolescenza e cresce come dimensione di una concretezza che si realizza grazie alle stratificazioni del tempo e, definitivamente, solo quando smetti di pensare da turista e diventi viaggiatore. Sei pronto quando sai che vai verso un altrove senza orizzonti, quando viaggi non per fotografare te stesso con lo sfondo occasionale di un ambiente esotico ma quando fotografi l’ambiente perché ti intriga, perché hai bisogno di impossessartene per conoscerlo, perché puoi conoscere veramente solo quello che possiedi con gli occhi e con la mente, in questo caso. Scrivere diventa la naturale conseguenza di questo modo di intendere il viaggio perché equivale ad evitare che la bellezza che ha catturato la tua curiosità si smarrisca nelle nebbie della dimenticanza. Scrivere un libro sulla Transiberiana di cui forse nessuno sentiva la mancanza, è stato solo per il desiderio di continuare un viaggio affascinante. Scrivere, dunque, per tracciare il profilo delle emozioni, per vivificare con le parole adatte il ricordo, per sollecitare chi legge a vedere con i tuoi occhi e a sentire con la tua sensibilità. Quando ci riesci, se ci riesci, il viaggio diventa opera d’arte. Allora hai scritto cento libri in uno, perché viaggiando altrettanti ne hai letto senza voltare una pagina e cento ne porgi al tuo lettore. Ma guai a pensare che scrivere sia agevole. Uno autore tedesco affermava, a ragione, che nulla è più difficile per uno scrittore che scrivere… Per scrivere un libro come questo devi essere un de-scrittore, uno che deve raccontare ciò che ha visto e in un viaggio come questo non bastano i cento occhi mitologici di Argo per vedere tutto. Sai che racconti frammenti soltanto, ma hai l’obbligo di raccontarli come Dio comanda.

 
-Perché a suo avviso la Transiberiana affascina molto gli italiani? Non tutti i russi hanno attraversato la Transiberiana ...

La risposta è in parte contenuta in quello che ho detto prima. Il fascino della Transiberiana è misterioso e profondo. Tutti ne sono affascinati, non credo solo gli italiani, ma non ho trovato due sole persone che condividessero la stessa motivazione. La risposta ciascuna la trova nel proprio subconscio e negli orizzonti delle proprie curiosità culturali. Transiberiana è un suono che si fa pensiero quando ne intraprendi l’avventura e cominci a viverla esplorando te stesso prima del mondo che ti appresti a comprendere per rispondere al solo imperativo dello gnōthi sautón, conosci te stesso. Convengo che gli italiani subiscano il fascino delle cose ignorate perché hanno il dono straordinario dell’immaginazione. La Russia immaginata è quella dell’intraducibile prostory ossia la grandiosità degli spazi, la libertà in territori di cui è assente il limite ma pure il senso di vuoto, di indeterminatezza, di immensità che prevale senza opporre resistenza, di vastità senza centro e quindi agorafobia, angoscia, nostalgia e malinconia. L’immensa Russia, quella al di qua degli Urali e quella al di là, è tutto questo: uno scrigno di sogni dal quali tutti vorrebbero sottrarne almeno uno il più coinvolgente: un viaggio in Transiberiana.


-Che sorprese le ha riservato il viaggio, che cosa l'ha colpita particolarmente? 

Non si intraprende un viaggio del genere sognando con la lampada di Aladino fra le mani. Chi ha coscienza delle proporzioni di questa traversata sterminata vuol conoscere un frammento di questo Pianeta che nessuna narrazione esaurisce del tutto. Incredibile riconoscere che fra le infinite sorprese una fra le più sorprendenti sia stata la valutazione del tempo. Col passaggio del 60mo meridiano, quello degli Urali, ho scritto che è avvenuta in me una sorta di metamorfosi del tempo, una specie di ridefinizione agostiniana di quello passato che non è più e di quello futuro che non è ancora. Insomma, oltre gli Urali il tempo ha rallentato il proprio ritmo e si quasi fermato. L’istante non è diventato eternità ma si è allungato fino ad appiattirsi. Ho avuto la sensazione di vivere una sorta di atopia socratica, di immobilità fisica, di smarrimento in un luogo che non c’è perché il tempo l’ha annullato. E poi l’altra sorpresa: la scoperta dei volti, l’esplorazione dei pensieri delle genti siberiane nei loro movimenti, nelle loro posizioni, nel loro articolare suoni di altre dimensioni, nel loro scuotere le mani, nei loro sguardi. Un continente di sguardi soprattutto, inconsueti, comunicatori in lingue che si traducono solo col vocabolario della sensibilità, un continente di pensieri diversi e di teste discordi che, curiose, si sollevavano come fiori sul gambo al passaggio della luce. Innanzitutto però, un continente di sorrisi infantili, ingenui, che si facevano modelli di una innocenza mai notata prima se non nei volti marmorei dei putti delle cantorie fiorentine. Non è vero che la bellezza è negli occhi di chi vede. Forse più appropriato sarebbe dire che è nella mente di chi la contempla, come aveva argomentato il filosofo David Hume. Quei volti inconsueti, semplici e definitivi, erano nei miei occhi solo come riflesso. I miei occhi sono stati lo specchio soltanto che li ha fissati incancellabilmente per le serene nostalgie che sanno costantemente ridestare.


-Quali sono gli stereotipi che più allontanano secondo lei l'Italia dalla Russia e che il suo viaggio ha sfatato? Siamo poi così lontani?

Soprattutto il credere che la diversità possa separare le genti. Non è così.
Gli italiani sono ammalati di etnocentrismo. Tutti i popoli sostanzialmente le sono, soprattutto quelli dell’Occidente. Quando però si esce dal guscio della propria piccola dimensione e si abbracciano le pluralità culturali del mondo, allora si avverte pure il bisogno di nutrirsene senza stupirsi delle differenze, cercandole anzi, provando a conoscerle, a capirle e, infine, a descriverle, perché la diversità, in fondo, non fa che rimarcare l’unità attraverso le molteplicità. Questo in Russia è paradigmatico.


-Nel libro lei parla della meravigliosa galleria Tretjakov di Mosca, dove vi sono quadri poco conosciuti dagli italiani. Per capire la Russia bisognerebbe vedere i suoi territori sconfinati e conoscere la sua arte, non crede?

Assolutamente sì. Perché l’arte russa sa di italiano, quella pittorica non meno di quella architettonica. L’arte italiana in Russia diventa russa, assolutamente, in maniera originale, a San Pietroburgo come a Mosca come a Vladivostok, tanto che ritengo legittimo addirittura che un architetto napoletano, Carlo Rossi, sia alla fine così russo da non saperne più individuare l’italianità nemmeno nel nome. Straordinario Karl Ivanovič Rossi, Карл Иванович Росси! Per capire la Russia bisognerebbe entrare nei suoi orizzonti non solo quelli geografici che sono proibitivi, ma in quelli culturali che sono accessibili e sempre entusiasmanti.

 

-Che cosa può insegnare di nuovo questo viaggio, la Transiberiana ma anche il suo libro, ad un lettore italiano? 

A uscire dal guscio etnocentrico di cui ho fatto cenno prima. A capire che tutte le culture, e quella russa più di tante altre, riflettono la nostra e ci permettono di capire meglio noi stessi. Io non credo sia possibile intendere la propria identità se non avendo riferimenti, cioè se non la si è prima confrontata con altre identità. Viaggiare diventa in questa prospettiva la dimensione vera dello storico. Storico, però, nel senso autentico del termine, cioè di histor, ossia colui che conosce, colui che ha visto. Fra le genti lungo la Transiberiana ho capito che le distanze fra gli umani sono talvolta maggiori fra i luoghi di origine che non nel comune sentire. Un sorriso è spesso uno straordinario anello di congiunzione, un ponte levatoio decisivo, un messaggio di concordia e non di conquista. Io credo convintamente che ai popoli bellicosi della terra occorrerebbe un tirocinio dell’amicizia sulla Transiberiana, da Mosca a Vladivostok.

 

06.02.18
by Tatiana Santi


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Leggere:tutti

LEGGERE TUTTI N.118 GENNAIO-FEBBRAIO 2018: 41

 

Avventura su rotaie

NICCOLÒ LUCARELLI

 

Dodicimila chilometri e

nove fusi orari. Due volte il raggio della Terra. Tanto ha percorso Vitto­rio Russo, viaggiatore e giornalista con la pas­sione per lunghe di­stanze, che si e avventu­rato lungo il leggendario percorso della ferrovia Transiberiana, che dallEuropa allAsia attra­versa tutta la Russia, pas­sando per la Mongolia, per terminare a Vladivo­stok, al confine con la Co­rea. Non si tratta di un semplice viaggio geogra­fico, che comunque attra­versa paesaggi di solenne bellezza, dalle montagne del Caucaso alle foreste siberiane alle steppe mongole; quello lungo la Transiberiana e una sorta di pellegrinaggio nella storia e nella geopolitica, talvolta fuori dal tempo, come può sembrare attraversando i piccoli villaggi isolati nella taiga. Steso in parte come un diario, in parte come un romanzo, e in parte come una guida turistica, il libro racconta lesperienza dellautore e dellamico Vincenzo che lo accom­pagna, portando il lettore a diretto contatto con paesaggi e culture lontani e poco conosciuti, ma non per questo meno ricchi di fascino. Lautore guida il lettore fra le bellezze storiche e monumentali della grandi citta, quali Mosca, Omsk, Irkutsk, soffermandosi sui musei che ospitano, gli edifici più importanti, e dando cenni della loro storia; mano a mano che il treno si addentra in pae­saggi dominati dalla vastità della natura, Russo indulge nel descriverne latmo­sfera di fiaba, i colori, i suoni del vento e dei fiumi, in particolare della Mongolia, dove lautore ha soggiornato alcuni giorni prima di ripartire per Vladivostok. E nelle sue pagine ritrae questa cultura antichissima, di pastori nomadi che an­cora abitano nelle suggestive tende (gher) di pelli adagiate su una struttura di legno, seguono il culto sciamanico degli antenati e sono così vicini alla natura da sentirne il respiro. Ma il vero protagonista e il treno, con i suoi rumori e i suoi odori, i suoi ritmi e il suo carico di umanità; e sono tanti gli incontri di cui Russo da conto nel libro, da ragazzini incuriositi dal suo essere straniero, ad anziane, socievoli signore. Pur non approfondendo molto le varie tematiche toccate, in particolare quelle socio-politiche cui si accenna soltanto, il libro e godibile e coinvolgente, e si articola in brevi capitoli di due o tre pagine cia­scuno, densi pero di notizie storiche, geografiche, antropologiche, culturali, sulle città attraversate, senza per questo diventare una fredda guida turistica. Infatti, lautore trasferisce sulle pagine le sue emozioni e sensazioni, soffer­mandosi in particolare sulle persone incontrate, e con le quali cerca sempre un dialogo (fatto di inglese e qualche parola di russo), per meglio entrare nella bellezza di questi luoghi lontani; ne emergono storie personali, a volte anche difficili, fatte di povertà e dignità, ma anche sogni ed entusiasmo.

 

VITTORIO RUSSO

Transiberiana

Sandro Teti, 2017

pp. 195, euro 15,00

 

 

 

LEGGERE TUTTI N.118 GENNAIO-FEBBRAIO 2018: 57





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INTRODUZIONE

Nove fusi orari, 12 mila chilometri in 30 giorni compreso il passaggio in Mongolia lungo la sterminata “montagna orizzontale transiberiana”.

Un testo ricco di preziose informazioni, come quelle, che ci fanno inorgoglire, dedicate al fondamentale contributo delle maestranze friulane alla costruzione del tratto più ostico della Transiberiana, quello montano costellato da gallerie.

Due compagni di viaggio, Vittorio e Vincenzo, tanto diversi eppure così complementari, affrontano – forse con iniziale incoscienza quel che nella società occidentale, sazia, annoiata, superflua, rappresenta l’inconcepibile, l’antitesi perfetta della nostra sbandierata modernità: un viaggio nell’imprevedibilità, da Mosca a Vladivostok, lungo la ferrovia più lunga del pianeta. Lentamente, inesorabilmente, a stretto contatto con un continente umano, giorno dopo giorno quel mese in treno si trasforma in un viaggio a ritroso nel tempo, fra vecchi, donne, bambini, che non trovano – e non troveranno mai spazio nei nostri quotidiani e telegiornali, che ci sommergono di inutili fatti e parole; un viaggio fra luoghi che resistono, quasi immutabili, agli strappi violenti di un mondo che a folle velocità tutto divora, tutto consuma, tutto brucia. E così, pagina dopo pagina, stazione dopo stazione, le tappe della Transiberiana diventano un racconto inconsueto, profondo, pacato, emozionante. Nei volti, nei sorrisi, nei silenzi, fra infinite steppe e foreste siberiane, assieme a Vittorio Russo poco a poco si torna a scoprire il mistero del sacro, il valore inestimabile del tempo,

la forza dirompente dell’ingenuità, la meraviglia della semplicità.

Più che un estenuante viaggio in treno, questo è un viaggio “francescano” nello spirito, un viaggio nel quale – come sempre la realtà supera di gran lunga la più fervida immaginazione. Un viaggio al termine del quale, tornati a casa, proprio come Dante, forse saremo finalmente in grado di uscire “a riveder le stelle”. 

Marc Innaro 
 
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EPILOGO

 

Eccomi di ritorno, dunque, dal viaggio in Estremo Oriente, effettuato con la mitica ferrovia Transiberiana. Con l’insostituibile Vincenzo, ho percorso la distanza da Mosca a Vladivostok passando per le città più importanti della Siberia, per il lago Bajkal con le sue isole che sono granuli lucenti immersi nel blu spirituale di cieli e di acque misteriose, e per la Mongolia e le sue memorie storiche. Poi, il ritorno nella Siberia orientale dove ho visitato città d’inimmaginabile incanto. Infine, sfiorando la Manciuria, ho raggiunto l’ultimo traguardo, Vladivostok, “città adolescente” per la vivacità della sua popolazione giovane, polietnica, e quasi italiana per l’elegante architettura neoclassica dei suoi edifici.

 

Si dice che fare un viaggio con gli occhi aperti a ogni curiosità è come leggere cento libri in una volta sola. Ebbene, questo viaggio asiatico è stata un’esperienza imprevedibile. Se è vero il detto di cui sopra, parafrasandolo, potrei dire di aver letto un’intera biblioteca in una volta sola. E in questa biblioteca, come segnalibro, vorrei inserire queste note di viaggio messe insieme sulla scorta dei ricordi, delle foto e delle conversazioni col mio insostituibile compagno di viaggio. Conversazioni che sarebbe meglio definire diatribe secondo l’accezione più attinente del termine, perché spesso conflittuali ma altrettanto spesso mute e ricche di feconde riflessioni.

 

Ringrazio quei lettori che avranno avuto il coraggio di dilatare i polmoni della loro pazienza per leggerle, queste note, fino alla fine. Perché, contrariamente a quanto molti credono, la pazienza non è la virtù di pochi, ma la condizione di molti, o meglio di tutti. La pazienza è la sofferenza, è patire, che poi è il verbo da cui il sostantivo pazienza deriva. Come non sentirmi perciò doppiamente gratificato per essere stato io, testardamente convinto di sollecitare la curiosità di questi lettori ed essi, di aver avuto la pazienza di leggermi?

 

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RINGRAZIAMENTI

 

A lavoro completato mi corre l’obbligo di ringraziare quanti alla sua realizzazione hanno concorso con suggerimenti e affettuose premure, con un sorriso talvolta, non meno gratificante delle parole.

Ringrazio preliminarmente Vincenzo Forti, l’indimenticato compagno di viaggio, indefinibile come il profilo di certe divinità olimpiche antagoniste. Febo talvolta, talaltra Dioniso. Cantore di sentimenti delicati a volte e a volte impietoso dissacratore e untore mosso da furori bacchici. Ringrazio la cara Svetlana Bulgar per le minuziose e ripetute letture del testo, suggeritrice colta e illuminante interprete delle percezioni del mondo russo che un non-russo difficilmente avrebbe compreso appieno. Ringrazio Martina Sinibaldi per l’attenta revisione del testo e Olga Mazzina della Redazione di Sandro Teti Editore per i suggerimenti bibliografici.

Ringrazio Sigfrido e Ascanio, i miei figli, dei quali mi è bastato il solo incoraggiante assenso per decidermi ad affrontare il duplice complicato viaggio, quello impervio in treno attraverso Siberia e Mongolia e l’altro, non meno impervio lungo la strada sempre intrigante però della scrittura. Nulla talvolta è più difficile per uno scrittore che scrivere. Non ricordo chi lo disse. Più difficile è soprattutto ringraziare quelli che, senza un apparente concorso, il libro hanno reso possibile. Lo faccio riassumendo idealmente in un ricordo non labile i loro volti. Sono quelli delle persone conosciute in questo viaggio. Di essi non rammento più i nomi veri, rievoco però lucidamente i profili, la forma del naso, gli zigomi ipertrofici, i volti pieni di angoli acuti, il suono della voce e gli sguardi. Gli sguardi, soprattutto, comunicatori in lingue che si traducono solo col vocabolario della sensibilità. Sono tutte incancellabilmente racchiuse nello scrigno della memoria queste persone e tutte le ringrazio per le serene nostalgie che sanno destare. Ringrazio infine Laura e Sandro Teti per l’attenzione che hanno

voluto riservare a questo mio lavoro e per i loro indispensabili suggerimenti, in particolare per le pagine relative all’epopea dei lavoratori friulani sul lago Bajkal.

 

L’Autore
Ottobre 2017

 

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«Si dice che fare un viaggio con gli occhi aperti a ogni curiosità è come leggere cento libri in una volta sola. Bene, questo viaggio asiatico è stata un’esperienza inimmaginabile. Se è vero il detto di cui sopra, parafrasandolo, potrei dire di aver letto una intera biblioteca in una volta sola. E in questa biblioteca si inseriscono queste note di viaggio, messe insieme sulla scorta di ricordi, di foto, di conversazioni e di immagini».


IL LIBRO: Da Roma a Mosca, per poi salire a bordo dello «smisurato serpente» della Transiberiana e infine approdare in Mongolia. Transiberiana è il reportage ricco di foto e illustrazioni di un viaggio lungo 13 mila chilometri che valica i confini geografici e culturali che separano Occidente e Oriente. Lo scrittore ci conduce tra le sconfinate terre russe e la civiltà mongolica e ci porta con lui nei vagoni della ferrovia più lunga del mondo, l’infrastruttura faraonica che fu costruita anche grazie al contributo delle maestranze friulane, fatto noto più in Russia che in Italia e rievocato in queste pagine. Luoghi e popoli così distanti non sono mai stati tanto vicini. Un libro dal linguaggio evocativo. Un libro carico di immagini poetiche. Un libro alla scoperta dell’esotico, “selvaggio” e più autentico Oriente. 

 

VITTORIO RUSSO. Capitano di lungo corso, è giornalista, viaggiatore e scrittore di saggi e racconti. Ha pubblicato ricerche e studi sulle origini delle religioni e del cristianesimo tra cui Il Gesù storico (Editrice Fiorentino, 1978), vincitore del premio Montecatini 1980 per la saggistica. È autore di antologie narrative e romanzi come La decima musa (M. D’Auria Editore, 2005), Quando Dio scende in terra (Sandro Teti Editore, 2011) e La porta degli esili sogni (Cairo Editore, 2017). Dai suoi viaggi sono nati libri che intrecciano geogra􀁹ca, mito e storia, tra questi India mistica e misteriosa (2008), Sulle orme di Alessandro Magno (2009) e L’India nel cuore (2012) premio letterario Albori 2012 e Finalista al premio Rea 2013.

 

 

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Che ne pensano!

Viaggiare per Vittorio Russo è portare in viaggio anima, memoria, scrupoli e baldanza, metri di misura per rapportarsi a un mondo che dilata di segni il labirinto, nel suo corrispettivo andare.

In Transiberiana il filo di Arianna diventa filo a piombo in una diversità che sa di favola appena manipolata dalla storia. Virtù del libro, l'ineffabile principio reso epigrafe dall'Autore: “Ogni cosa è eternamente un'altra cosa”.

 Ennio Cavalli
Poeta e Giornalista

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Suoni, luci, odori e la geometria rarefatta di incommensurabili orizzonti: la Transiberiana di VIttorio Russo è un primordiale serpente dalle viscere traboccanti di umanità. Come un viandante ai confini del tempo l’Autore cattura l'essenza del viaggio fine a se stesso. Spaesato, metafisico e avvolgente, sfida l'enigma della lontananza con una cascata di impressioni che, stazione dopo stazione, diventano lezione di vita. Il respiro della terra nuda in avamposti rurali immobili nel tempo, i volti, i costumi, l'umanità di un purgatorio itinerante. Così, Vittorio Russo ci insegna a guardare dal finestrino: per scoprire che ogni cosa è eternamente un'altra cosa.

Michele Lauro
Touring Club Italiano
Panorama


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