Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Vittorio Russo

LA DECIMA MUSA


M.D'Auria Editore




 
La Stampa

La Decima Musa è l’ultimo lavoro di Vittorio Russo: quindici racconti che si rifanno alla letteratura mitologica greco-romana, stilati sognando, guardando con il naso per aria, nel firmamento, nelle geometrie fantasiose delle costellazioni, nelle acque scomposte di mari in tempesta, nelle tenerezze delle albe e nelle violenze rosse di certi tramonti. In questi bozzetti, che potremmo definire impressioni poetiche, affiora il duplice profilo della condizione umana che la fantasia greca espresse nell’astrazione di Musa e di Medusa. E’ questa realtà del vivere e del divenire che l’autore esprime con simboli delicati che fanno fede di una sensibilità insolita e di uno stato d’animo apparentemente non turbato dai traumi della vita. Ma non è così purtroppo. Questo dice solo che la poesia sa fare astrazione delle sciagure del quotidiano quando la sensibilità che la esprime si tempra nella visione del bello che il mito sa forgiare.
Se il mito è radicato in noi e nel nostro immaginario in maniera così profonda è perché, come Vittorio Russo ha scritto da qualche parte, forse gli dèi non sono morti e non sono nemmeno in letargo. Essi ci scrutano sornioni e di tanto in tanto tornano tra noi a provocarci con la loro malia e la loro malizia, senza pretendere altro che la nostra simpatia…





Con Democrito, intorno al IV sec. .C., i Greci fissarono quella che si potrebbe definire la teoria emissiva dello sguardo. Si riteneva cioè che lo sguardo fosse una sorte di raggio luminoso che, partendo dagli occhi, colpiva la materia e la rivelava all’intelletto. L’occhio insomma vedrebbe solo un’immagine bruta perché è la mente che la esalta veramente.

 

Il mito nacque forse proprio così, nello sguardo dell’uomo contemplatore. Con l’immaginazione egli costruì il mondo dal suo punto di vista e lo concepì nei termini di un miraggio e con la grazia della poesia che è il genio autentico dei popoli all’alba della loro civiltà. Così soprattutto concepì la spirito del mito: mutevole, folgorante, ermetico, ingenuo, contraddittorio eppure mai irrilevante se a distanza di millenni esso conserva un fascino intatto e cattura il cuore di tutte le generazioni.

 

La sua seduzione è in tutti quei profili e nell’aura di pacatezza che lo caratterizza anche nelle trame più fosche.

Questo è quello che si ritrova nella scrittura de La Decima Musa.



Commento di M.Gatto





Commento di L.Papararo




Commento di F.Valerio
 

Carissimo Vittorio,
ho appena finito di leggere la tua ultima fatica letteraria e ne sono veramente entusiasta.
Irrinunciabile è
la Prefazione del tuo amico Mitologo, dolce come il miele (ma sarà poi un caso?). Con quanto egli enuncia io sono pienamente d’accordo, specialmente con l’idea di una fruizione “libera” del mito, almeno in parte: la necessità dello studio, per comprenderne le dinamiche le strutture la funzione, è imprescindibile, ma è altrettanto importante abbandonarsi al piacere di leggere ed ascoltare queste arcane storie e da esse lasciarsi trasportare.
Esattamente questo accade nel tuo libro: il lettore si immerge completamente in un mondo incantato, in una dimensione lontana dai nostri tempi ma non per questo estranea, un rifugio per le brutture, le idiozie e le dissennatezze con cui, volenti o nolenti, si è costretti a fare i conti ogni giorno. Certo non sono tutte vicende allegre, forse non lo è nessuna, ma l’incanto del racconto, la “favola bella”, non permette al dolore di puntare i suoi aculei: anche le sofferenze di Leucadio o di Lito arrivano smussate, come in un ricordo lontano, e lasciano alla fine un lieve sorriso.
Non bisogna però tacere, a questo punto, un aspetto tutt’altro che marginale: l’incanto non lo crea solo il mito in quanto tale, ma anche il modo come il mito è raccontato, e qui sta il tuo grande merito. La tua scrittura si dispiega in un’architettura verbale composita e ricca, ma sorvegliatissima, screziata da una aggettivazione accurata e mai banale, capace di esprimere un ventaglio di sfumature tale da rendere godibilissima la lettura. Penso, tra i tanti esempi, alla lunga sequenza sulla partecipazione del cosmo all’amore di Leiche e Lito (pp. 68-69), oppure alle frequenti scene di tempeste tra cielo terra e mare. Non mancano forti suggestoni barocche, come l’esordio di Neara, con la descrizione del Tempo e dei suoi accoliti, che renderebbe verde di invidia il cavalier Marino e i suoi satelliti, da Ciro di Pers a Giacomo Lubrano. Scopertamente ovidiano è poi l’episodio della visita di Tamiri nella reggia del Sonno: Est prope Cimmerios longo spelunca recessu, / mons cauus, ignaui domus et penetralia Somni…(Metam. XI, 592 sqq.). Sapiente è l’allusione ma la volontà di emulazione crea un prodotto nuovo ed inedito.
La scrittura frizzante e brillante dei Numeri immaginari o di altri tuoi pezzi che ho potuto leggere, se pure qui non è ripudiata, lascia il passo ad una dizione solenne ed equilibrata, sempre perfetta.
Un anonimo del I sec. d. C., nel trattato Sul Sublime, lamentava questa uniformità di tono e la qualificava come un difetto in autori come Bacchilide o Ione di Chio (per inciso, è proprio su Ione che svolgerò la mia tesi di laurea, in preparazione), mentre esaltava Pindaro e Sofocle per la loro capacità di infiammarsi completamente, ma anche di cadere improvvisamente, per poter poi riguadagnare altezze vertiginose. Sinceramente non so fino a che punto avesse ragione: penso che una dizione scorrevole e nitida, ricca e mossa (quale è in ultima analisi quella della Musa) difficilmente possa stancare.
Insoma, un gran bel libro, da leggere e da rileggere.



 


Commento di A.Maria Di Biasi

A proposito de La Decima Musa, ultimo lavoro di Vittorio Russo

 

 

Da sempre i miti rappresentano una fonte d’ispirazione e d’elevazione per il genere umano. Essi hanno eccitato gli spiriti più tiepidi e placato quelli più irruenti, sempiterni nella loro magica saggezza; creati dagli uomini, rappresentano altresì ciò che essi più bramano e che più ricercano essendo una mera sublimazione dei sentimenti più belli e più terribili che solo nell’umana natura convivono.

 

Tutto ciò è magistralmente reso dai quindici piacevoli racconti di Vittorio Russo de La Decima Musa. In essi è possibile rivivere nuovamente le emozioni di quando, da bambini, si vedeva con occhi sognanti il mondo della fantasia farsi reale attraverso le fiabe; questo ritornare “innocenti” si palesa nella lettura di queste storie di amore e di pena, di dedizione e d’inganni, di candore e di malizia, tutti elementi narrativi che solo la vaghezza di dèi ed eroi può rendere in sommo grado.

Le singole immagini dei racconti sono degli splendidi e colorati “acquerelli” che ispirano un senso di dolce trasporto attraverso dimenticati sentimenti di irreali, seppur agognate, purezze e grazie, il tutto accentuato da uno stile sonante e desueto, imbevuto della delicatezza tipica di una poesia di altri tempi, pascoliana, dannunziana e arcadica. Invero questo lavoro potrebbe definirsi un giusto compromesso tra prosa e poesia. Di esso si apprezza la grande scorrevolezza e una facilità di lettura che induce a divorare l’opera nel desiderio d’immergersi e perdersi nelle brillanti descrizioni di luoghi, di paesaggi e di personaggi resi vivi e pulsanti da un fraseggio precisissimo e forbito, seppure di facile comprensione.

Una particolare parola, infine, è opportuno spendere per l’ultimo racconto della raccolta che è compendio dell’opera e suo ottimo epilogo. In questa narrazione finale la grazia muliebre, quale sostanza stessa della vita e della creazione, s’insinua prepotentemente nelle sensibilità di tutti coloro che anelano ad un’idealità amorosa, ad una  bellezza suprema di anima e corpo. I desideri più reconditi dell’uomo che i sensi non riescono a cogliere appieno, rivivono nel nostro immaginario secondo canoni soggettivi che rispecchiano la nostra natura. E’ così che ognuno perviene a fissare un’immagine del bello e del divino secondo una personale ispirazione diversa per ciascuno, la quale, mutuando da V.Russo, consente di trovare quei colori chi gli dèi imprimono nel cuore: i soli capaci di soggiogare le pupille…

Devo, per concludere, convenire con il mitologo e poeta S.Melissinos, che ha curato la prefazione de La Decima Musa, quando afferma che leggendo questi racconti si ha l’impressione …di affondare in uno sciame di farfalle, quasi - aggiungo io – si venisse trasportati nell’omonima valle di Rodi, luoghi dei miti, avvolti da miriadi di sogni colorati che ci accarezzano l’anima.

 





Commento di F.Cantile

Ringrazio Vittorio che mi ha voluto qui questa sera alla presentazione del suo ultimo libro, sebbene ritengo ciò un azzardo che io ho commesso con lui nell’accettare l’invito.

Mi vedo in una veste alquanto insolita di commentatore di un’opera letteraria che per giunta (ahimè) non è ancora recensita su internet. Proverò quindi  a dare  una personale chiave di lettura dell’opera con il rischio intrinseco di essere smentito dall’autore.

Vittorio Russo, uomo di mare e di mondo, scrittore raffinato ed eclettico, autore di numerose opere tra cui  un'interessante ricerca sul Gesù storico, contrapposto al Cristo della fede. Il lavoro si arti­cola nei due volumi "Introduzione al Gesù storico" e il "Gesù storico"; ha pubblicato, tra l’altro, un gustosissimo divertissement dal titolo "Santità” che ha riscosso un notevole successo di critica e di pubblico. Il lavoro è uscito anche in lingua inglese. Autore di monografie e racconti di viaggio Vit­torio Russo è cultore apprezzato di studi storici e di storia delle religioni.

 

Ha scritto:

Un altro pianeta;

Cose dell'altro mondo;

Il cane Fritz von Grossweislich (detto più semplicemente Fritz von);

Il Ciliegio;

Ozzio;

A titolo postumo;

Numeri immaginari;

Martire e Pellegrino;

Viaggio in Grecia;

La Passione secondo Gibson;

Troy di W.Peterson;

Maschere Africane;

Il Lago Rosa;

Alexander di Oliver Stone

Timbuctù, leggenda vivente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sua ultima fatica è:

 

 

LA DECIMA MUSA.

 

 

 

 

 

 

Non è comune, al giorno d’oggi, incontrare uno scrittore che segue le proprie strade, indipendente dai generi e dai linguaggi di moda, e che allo stesso tempo sia “impegnato”. Quest’ ultimo aggettivo tanto abusato in riferimento a opere letterarie da essere diventato fin troppo vago, richiede qualche precisazione.

La decima musa” è un libro “impegnato”, ma per motivi che trascendono gli aspetti più immediati.

Non perché si ricollega a un’erudita tradizione classica, rimaneggiandola e liberamente interpretan­dola.

Non perché fa uso di un linguaggio raffinato, che ci trasporta con grande semplicità ed efficacia nel mondo poetico dell’autore.

L’impegno si avverte, potente, nello sforzo comunicativo con cui l’autore cerca di rendere le sensa­zioni e le emozioni quasi palpabili e visibili, in una confusione sinestesica che tende a quell’ “arte totale”, capace di abbracciare l’interezza delle nostre percezioni.

“Impegno” significa anche partecipazione attiva ai problemi etici, spirituali del mondo che ci cir­conda. Questo aspetto, nell’opera di Russo, è distintamente presente , ma velato.

 

Ne La decima musa il mito è senza dubbio un elemento fondamentale, ma esso non ha un ruolo centrale. E’ piuttosto un punto di partenza che un approdo.

Consideriamo ad esempio il ruolo del Fato.

Nella mitologia greca esso prevale sulle creature mortali ed immortali; in Omero vivere significa automaticamente sottostare al Fato,ciò vale per gli uomini come per gli dei.

L’autore sfrutta la forza di questo concetto classico per dare maggiore spessore al personaggio di Lilia, la decima musa, l’unica che non obbedisce ciecamente al Fato, e che riesce a istillare una scintilla divina, rapida quanto indelebile, nell’Aedo. Il mito è accolto come condizione base da su­perare, come confine da valicare.

Anche un lettore distratto avverte la tensione, lo sforzo comunicativo dietro le composte immagini di Vittorio Russo;è facile avvertire un appello segreto affinché ciascuno si rivolga alla propria inte­riorità e ricerchi in essa l’evasione dalle proprie catene. Ma per trarne un messaggio concreto, e an­cor più uno stimolo al “fare”,occorre un punto di vista più profondo, occorre sollevare il velo.

 

Presentazione di Federica Buffardi

 

“Oserei definire l’opera di Vittorio Russo,La Decima Musa”, un vero e proprio capolavoro, poiché unisce una profonda conoscenza della letteratura greca ad una fervida immaginazione che rende nel suo complesso ogni singolo mito unico.

E’ molto singolare il modo in cui un linguaggio così ricco, elegante e che riesce perfettamente a descrivere gli stati d’animo dei personaggi venga posto in un contesto di prosa. Infatti è molto frequente l’uso di epiteti tipici dello stile omerico.

Da grande appassionata della letteratura greca delle origini e dell’età arcaica, potrei dire che per molteplici aspetti dal punto di vista stilistico e tematico, quest’opera si avvicina moltissimo alle liriche di Saffo , trasferendosi però dalla poesia alla prosa.

Innanzitutto il punto d’incontro principale che unisce la lirica di Saffo all’opera di Vittorio Russo sta nel racconto e nella descrizione di amori impossibili, molto analoghi all’amore che prova la stessa poetessa per il giovane Faone. Infatti una leggenda racconta che la poetessa non ricambiata si sia gettata dalla rupe Leucade . E proprio questo rappresenta un importante riferimento storico presente nell’opera di Vittorio Russo; infatti proprio nel primo mito si racconta la vicenda di Elissa che muore per mano del suo amato, il giovane Leucadio .Questi disperato per ciò che ha commesso si getta da una rupe che in seguito all’evento venne nominata Leucadia: la rupe dalla quale si gettano gli amanti senza più speranza. Oltre a ciò c’è da dire che così come nelle liriche di Saffo, anche ne “La Decima Musa”il paesaggio, descritto minuziosamente, aderisce perfettamente alle vicende e partecipa agli stati d’animo dei personaggi. Inoltre la cosa che maggiormente mi ha colpito è il modo in cui vengono descritte le visioni di donne bellissime, quasi angelicate, allo stesso modo in cui Saffo descrive la fanciulla Agallide: colei che riesce a sconvolgere l’animo di chi l’ammira.

Un altro autore riscontrabile nell’opera è Polibio, famoso storico. Infatti Vittorio Russo come Polibio, il quale  raccontava eventi storici sottoforma di storielle inducendo alla conoscenza per diletto, espone i suoi miti dilettando i bambini e spingendo alla riflessione attraverso le numerose allegorie.

Infine non possiamo trascurare il fascino della filosofia primordiale che nel testo afferma la genesi delle cose naturali attraverso eventi quasi magici, che hanno la loro origine nei sentimenti più nobili dell’uomo.

Creando la Decima  Musa l’autore vuole reintrodurre la classicità della cultura mediterranea, la cui protagonista è la natura:Lilia.

Dopo aver letto “La Decima Musa”con una punta di orgoglio ho pensato che il nostro piccolo mondo, quello castellano ha negli occhi il sogno antico e nel cuore la meraviglia della poesia. La cultura ha cresciuto tanti figli in questo nostro paese, l’ho scoperto pian piano e all’improvviso. Non ultimo, ma alla fine “l’intellettuale” Vittorio Russo, del quale leggevo sulla cronaca locale , mi ha aiutato a non vergognarmi più di essere castellana da generazioni.”

Nel salutarvi, approfitto per ringraziarvi per avermi donato delle bellissime ed irripetibili emozioni nella lettura del vostro capolavoro. Con immenso affetto, cordiali saluti

                                        

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