Vittorio Russo

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La Decima Musa


 

 

 
Per l’arco intero della sua vita, l’Aedo aveva cercato colori per dire con il suono del verso tutte le sfumature della grazia. Aveva percorso instancabile valli e monti. Aveva scalato l’Imetto profumato di arnie e il Pentelico bianco di marmi e il Citerone rumoroso di bacchiche danze e il Pelio boscoso e, scrutando l’orizzonte e il cielo profondo, aveva ascoltato l’eco dell’ultima voce educatrice di Chirone il centauro.
…ma nessuna traccia aveva trovato di quei colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli capaci di soggiogare le sue pupille.
E poi aveva scalato l’Ossa dalle erti pendici ed era salito sulle vette nevose dello stesso Olimpo, con fronte china perché non fosse profa­nata l’aurea sede degli immortali. Aveva indagato le sfumature di madreperla dell’aria, oltre il bagliore azzurro degli occhi di Atena, oltre il biondo sfolgorio del peplo dell’Aurora, oltre le nuvole perenni che incoronano la vetta del monte sacro e sono i cigli stessi di Zeus adunatore di nembi.
Instancabile aveva percorso le valli della Beozia feconda e s’era inerpi­cato per le pendici dell’Elicona, echeggiante di sonanti asso­nanze. Qui, alla fonte Ippocrene scaturita dallo zoccolo fatato di Pe­gaso e ispiratrice di cantori immortali, aveva ascoltato rapito la voce delle acque e degli uccelli.
Sotto ulivi dai tronchi martoriati dall’età e nell’ombra protettrice dei loro rami protesi verso l’alto quasi in preghiera, aveva chiuso gli oc­chi commossi davanti ad un tramonto vermiglio come porpora di Tiro. Raccolto nel suo mantello, aveva sognato eroi illustri dalle armi lucenti e Muse le cui voci erano una promessa di trionfo.
E aveva percorso interminabili sentieri polverosi, nello sfavillio del ri­verbero estivo, al brusio intollerabile delle api e nel frinire stridente delle cicale. E aveva ascoltato il canto dei rapsodi e s’era abbando­nato nel sonno a racconti di morte e d’immortalità: di Ettore domatore di cavalli e dello spietato Achille e dei tristi Atridi e dei dissimili Aiaci e di Perseo uccisore di Medusa e di Teseo ingannatore d’Arianna e di Eracle colmo di trionfi.
…ma nessuna traccia aveva trovato di quei colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli capaci di soggiogare le sue pupille.
E aveva visitato città di antica gloria: Epidauro sacra ad Asclepio e Argo maestosa e Tirinto dalle possenti mura e l’arcadica Orcomeno e Micene ricca di ori e l’orgogliosa Tebe e Atene superba del suo nome e La­cede­mone patria di eroi e la ferina Nemea. Città tutte immortali dove, cinte le tempie di fronde, aveva immolato agli dèi candidi giovenchi e bru­ciato manciate d’incensi odorosi e innalzato ghirlande di dolci glicini sugli altari di marmo e decorato di trofei le mura dei templi.
E poi era sceso verso il duplice mare infecondo di Corinto, nero al tramonto come ala di pipistrello. Aveva sgranato gli occhi sull’orizzonte, a ponente, dove in un barbaglio immenso di luce s’inabissa nelle acque scarlatte la quadriga del Sole e a levante, dove tripudia la Notte dalle immense forme.
Ritornò sui suoi passi e venne ad invocare Febo dal biondo volto davanti al tripode fumante del suo santuario a Delfi e sulle pietre annerite dal fuoco di antichi sacrifici. E salì sul Parnaso canoro risonante ancora delle voci delle Muse. Qui apprezzò la sete bevendo l’acqua della fonte Castalia nel cavo delle mani e mangiò pane nero intriso d’olio sgocciolante da unti fran­toi, spesso, verde e oro.
…ma nessuna traccia aveva trovato di quei colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli capaci di soggiogare le sue pupille.

Mentre trasognato si lasciava cullare dall'interminabile nenia notturna delle rane negli immobili stagni, ecco, come sogno nel sogno, l’Aedo aprì gli occhi nel buio e l’aria fredda della notte lo risvegliò di colpo.
E finalmente seppe di che visione può godere lo sguardo e di che brivido può essere invasa l’anima in certi momenti. Egli poté assistere a un rito della natura, eterno, sconvolgente ogni volta di più se avvertito con tutta la sensi­bilità propria della materia straordinaria in cui l’immagine s’incide, coagulandosi come in un calco perfetto. Unica come l’arcano del chiarore alabastrino che nasce dal nulla increato e di cui l’Aedo fu testimone. Egli fu percorso da un emozione che gli tolse il respiro formandogli un nodo nella gola. Vide con sguardo inesauribile e sentì il sangue pulsargli alle tempie e l’assalì una vo­glia di pianto che saliva da profondità del suo essere a lui stesso sco­nosciute.
Piangere. Non lo fece l’Aedo perché non sapeva dar ragione al farlo. Che mistero era quello? Che senso aveva quel groppo nella bocca come un grumo di miele che non sapeva inghiottire? Il mistero era quello splendore che gli annebbiava gli occhi? Eppure, ne era certo, egli vedeva oltre la vista.
E vide anche l'aria, tersa come cristallo di rocca e lucida da sco­prirvi riflessi perfino gli ultimi bagliori delle stelle più lontane in una notte sem­pre più diafana. Vide la cintura di Orione sull’orizzonte a po­nente e lì, lontano, ad oriente, un chiarore fioco come la fiac­cola di un lemure che esce dall’umore nero della terra, un chiarore sfocato eppure denso, quasi un udibile sospiro. L’Aedo lo vide schiudersi come corolla di fiore quel chiarore, crescere indistinto come un artificio, simile a un fascio di raggi d'argento sprizzanti dal volto stesso di Selene. Vide Lucifero dal morbido pallore velarsi e le onde di luce vibrare e frantumarsi in toni tremolanti. Con sbalorditiva capacità percettiva distinse tinte dalle gradazioni indefinibili negli interstizi delle sfumature, là dove il passag­gio di un colore a quello successivo sfugge all’occhio e due tonalità contigue si assomigliano. Poi, la luminosità si moltiplicò quasi da poterne enumerarne le quantità. L’Aedo la vide avanzare, avanzare nel cielo e incendiarlo, gra­datamente e in progressione, di rosa, di ocra, di terra bruciata, di amaranto e di carminio.
Tutti questi colori si confusero di colpo con il verde vigoroso della selva, fino a formare una tinta di una massa spessa e indefinibile che si estese oltre la linea dell’orizzonte, fino a tracimare nella vasta conca del cielo. E dal cielo poi, quasi purificata, come una marea impetuosa quella massa si riversò sulla terra. E parve inghiottire le ultime ombre delle livide nubi per allargarsi come una macchia di spietato scintillio sulla fittissima boscaglia di pini, sugli aghi gelati, sulle foglie ovate delle euforbie, sugli oleastri amari e sull’umidità della notte morente.

L’Aedo scorse con tutta la lucidità della sua esaltazione il Cielo e la Terra, Urano stellato e Gea dall’ampio seno combattere l’eterna lotta tra tenebra e luce, tra Caos e Cosmos: lotta di Titani, di Ecatonchiri, di Ciclopi, di Lapiti. Per un attimo egli fu testimone di questa lotta superba tra il Giorno e la Notte, tra Elio e Nyx. E quasi udì l’ultimo rantolo dell’oscurità, quasi udì la frattura dell’ultimo sottile diaframma di separa­zione tra la concavità del cielo e la convessità della terra. Egli vide i colori del cielo e quelli della terra sciogliersi come materia liquida, vide come due parti che si completano in una sinfonia perfetta di aderenze e si fondono in una perfezione che trasforma lo scontro in incontro, la lotta in abbraccio e in congiunzione inimmaginabile. E poi, di colpo, come in uno spettacolo di fuochi fantastici, egli notò i confini della terra arrossarsi, quasi che il bagliore scaturisse dal sangue di un sacrificio o di un parto immane. E vide fluire per l’aria un colore fulgido, vide i cavalli dell’Aurora dal rumoroso morso ascendere verso l’alto a rischiarare il cielo spazzandolo con le criniere, mondarlo, tingerlo di cera perlacea e quindi di rosa e infine dei colori cangianti e quasi odorosi di aria buona e delle cose nuove e mai viste. Poi, quest’onda luminosa sembrò adagiarsi sul verde drappo delle cime umide dei pini, degli allori e delle erbe e diventare gonfia e lucente come due iridi spaventose intorno alle quali si andò definendo, miracolosamente, un volto dal profilo dolcissimo, incorniciato da una nuvola di capelli.
Era il volto purissimo della luce appena nata, non ancora corrotta dal pulviscolo dell’aria e dalle scorie del giorno. Ed era distinto dai toni intensissimi dell’oro e del verde di drupe, confusi insieme alla stregua di un incendio smisurato e maestoso, non meno di una pioggia di raggi di sole.

Così nacque Lilia, la Decima Musa, la luce verde e oro del mattino, che folgora la cecità delle tenebre e precede quella del sole. Quale cuore batté mai con maggior violenza di quello dell’Aedo in quell’istante? Egli che aveva cercato quello che non si trova ebbe la certezza di aver trovato quello che non si cerca ed è sempre più prezioso. Aveva trovato i colori che gli dèi gli avevano impresso nel cuore: i soli che ora soggiogavano le sue pupille. Strinse le mani sul petto a rattenerne l’agitazione.
Sempre, nei momenti di grande ten­sione, si fissano nella memoria i ricordi di un odore, di un suono, di un’immagine. Nella mente dell’Aedo si fissò indelebile lo sguardo ar­dente di Lilia. Ne era rimasto folgorato. Invocò gli dèi, ma non sapeva quale dio istintivamente invo­casse a dar risposta alla sua emozione. E in quel momento ebbe la sensazione di una levità straordinaria e di una calma profondissima.
E vide le Muse stesse materializzarsi dal nulla e avvicinarsi alla de­cima sorella con profumi di Babilonia e veli tinti con conchiglie di Sidone. Esse presero a gettare incenso e ambra stillata da pioppi Eliadi e fiori di lentisco in tripodi ardenti e a versare sulle braci vini odorosi. Poi si disposero in corona intorno a lei infio­randole il capo di tenere ghirlande, di clivie, di zinnie variopinte, di narcisi e ornandole di nastri il petto e di veli leggeri il corpo e il volto dalle brunite chiome. Brillavano come avorio antico, colme di luce lattea le gote di Lilia e le sue pupille.

Agile cominciò a danzare sulle sottili caviglie Tersicore dal dolce sorriso, la rallegrante Euterpe prese a modulare canti con Calliope dalla bella voce e Melpo­mene a recitare con solenne accenti e Clio iniziò a declamare versi di virtù guerriere. Si levarono quindi le molteplici consonanze di Polinnia, mentre la fiorente Talia recitava con limpida voce e l’azzurra Urania ordinava armonie celesti e infine Erato elevava rime di struggente amore.
Lilia, odorosa come ligustro, cominciò a danzare sollevando on­deggianti le braccia sul capo e levandosi sulle punte al suono di cem­bali, tibie e zufoli dalle molte canne. Lontane, a quando a quando, sibilavano siringhe di pastori e vibravano le corde di una lira e risuonava un motivo che avrebbe ammansito le belve e frenato il corso dei fiumi. Le note vaga­rono per i monti e si diffusero per l’etere. Poi, piano piano, si andarono dissipando e con esse il canto delle Muse e le Muse stesse, che svanirono assorbite dall’aria.
Come per prodigio l’Aedo si trovò Lilia davanti. Con i sensi turbati e nella luce che lo dominava ora imperiosa, egli contemplò quel volto. Cercava d’istinto la sorgente dello sfolgorio di quegli occhi che sembravano spalancati nei suoi come due soli nell’istante del perielio. Due occhi grandi, di molteplici lucentezze, come le due macchie rotonde, verde e oro, disegnate sulle ali delle farfalle dal dito degli dèi. L’incanto della Decima Musa era tutto in quel brillio, in quel guizzare d’impercettibili folgori, sin­tesi di tutta la sua grazia sottile.

A quegli occhi l’Aedo sottrasse furtivo un raggio verde e lo nascose nei suoi, dimentico che solo il fragoroso Poseidone poteva disporne per tingere le acque dei mari e l’arciero Apollo per colorare le foglie di lauro della sua Dafne, su cui egli avrebbe scritto le note del suo lamento.
Il signore delle acque colpì impietoso l’Aedo in mezzo alla fronte con la punta del suo tridente inesorabile e Apollo gli trapassò il cuore con un dardo d’argento. Per un istante ancora, l’Aedo godette dello splendore verde della trasparenza dei mari e delle foglie del lauro. Poi, Lachesi smise di filare lo stame della sua esistenza. A un suo cenno, Atropo lo recise e fu il buio nebbioso della morte.
L’Aedo si riscosse solo quando le labbra di Lilia sfiorarono le sue ciglia smar­rite. Riprese allora calore il suo cuore. Poi, le dita della Decima Musa posero una favilla della sua bellezza dentro di lui, nella parte di lui più nascosta, che nessun dio potrà mai raggiungere e ferire.

Ora l’Aedo rivede l'avorio antico del volto di Lilia e con il suono del verso può cantare il colore della sua grazia. E vive e sogna nella luce che essa ha posto in lui inestinguibile e che fa imperituro il suo bi­sogno di lei.

 

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