Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Pandia


 

 

 
Ares era infuriato per il rifiuto che gli opponeva la luminosa Pandia. Essa era infatti innamorata di Flego, la scintilla che le dava vita con la carezza ardente delle belle mani. Il dio distruttore di città, accecato dal desiderio, la inseguì per tutte le acque della Terra e per le vie del firmamento senza darsi pace, senza poterla raggiungere, per dodici giri interi di clessidra. All'ultima vigilia del giorno, sfinita, Pandia si lasciò cadere tra le onde accolta dalle ampie braccia di Proteo.
Costui era il vecchio guardiano degli animali marini di Poseidone, aveva il dono della profezia ed era anche capace di produrre metamorfosi, ma solo riduttive. Pandia lo implorò perché la trasformasse e le desse modo di sfuggire al burrascoso dio dagli occhi di sangue. E Proteo, commosso dalla tenerezza implorante e dello sguardo lucente della ninfa, fece del suo meglio e la mutò in Fuoco Fatuo, effimera fiammella della notte.
Pandia vagò per deserti di morte e di silenzio come tutti i fuochi fatui, senza calore, senza lacrime negli occhi, senza speranza. Il suo cuore traboccava di tormento lontana com’era da Flego che la faceva luminosa con le sue faville. Era soprattutto  memore con struggente nostalgia dall'opulenza dei colori di cui aveva ravvivato il cielo col proprio sorriso. Ora era ridotta ad illusione di luce, dissi­mulata in quel miserevole chiarore che nulla diceva dell'epifania straordinaria di cui con i suoi colori di­gradanti aveva vestito il cielo e l'aria.
Di nuovo in­vocò l'aiuto di Proteo che la trasformò questa volta in Lucciola: una piccola Lucciola dalla fioca luce verde che presto sgusciò tra le dita del suo liberatore per nascondersi tra i bianchi petali di un asfodelo. Lì soltanto le parve di poter respirare di sol­lievo. Ma quando quel fiore fu colto per ingentilire un’urna sepolcrale, fuggì via da quel luogo di morte.
Prese a spostarsi da un fiore a una foglia, silenziosa, infelice, senza orizzonti, fin quando Pro­teo pietoso, la trasformò ancora in Lampo della Notte prima e poi in Scintillio di Stella e infine in Favilla di Fuoco.
Muta, nel suo scarno lucore, la pallida Pandia vagò per oscurità senza tempo dominate solo dall'arroganza fredda di Selene, la Luna dal volto di perla. Questa le versò sui capelli e sulla pelle la sua luce ghiacciata, senza aromi, senza tinta, senz'aria. Pandia, ormai inaridita nel suo dolore, scelse il solo possibile ri­paro: venne a nascondersi nel cuore nero della Notte.
 
L’universo divenne buio, simile al Caos primor­diale. E la Notte durò incommensurabile, immutabile come pietra. Chiusi gli occhi, Pandia si strinse le palme delle mani sul volto e pianse finalmente le sue lacrime più acerbe. Rammentò le carezze di Flego: faville rosse di passione che le accesero il cuore con la forza di una tempesta di fuoco. Rammentò quelle sue mani forti, tenere, tentatrici…
 Tutto fu tenebra per interminabili ere, tutte senz'albe e senza occasi: ne soffrirono gli dèi, gli uomini, gli animali, la natura, la vita insomma. Eos giacque silenziosa nel suo letto rosato. Elio stette in attesa ai confini del cielo e tacque negando il proprio calore al creato. Il volto dell'umida Gea, la madre Terra  si coprì del pianto di una rugiada senza fine. Poi smise di dar linfa ai fiori e alle erbe e inaridì coprendosi il volto di ghiaccio e di sale.
Infine, gli dèi vennero a consiglio e ob­bligarono l'orrido Ares dall’urlo spaventoso a desistere dal suo turpe desi­derio... Ma questo non bastò a Pandia per ritornare a rifulgere nei cieli. Rimase nascosta nel cuore della Notte: immobile, fredda, pietrificata nella suo muti­smo, terrorizzata dalla brama di quel dio furente le cui smanie non sapeva assopite e al quale non sarebbe sfuggita una seconda volta.
 
Fu proprio Flego che, soffrendo per la mancanza del calore dell'amata, invocò l'aiuto del padre Febo dai riccioli d'oro affinché l'aiutasse a ridestarla. E Febo rivestì Flego della sua forza armoniosa e l'armò del suo arco seminatore di lutti. Gli raccomandò pure di non seguire dappresso Pandia appena l'avesse liberata, per non essere folgorato dal suo calore troppo a lungo celato nel buio.
Con la luce del­l'amata negli occhi, Flego percorse tutta la lunghezza del tempo e delle tenebre. Volò sicuro in nebbie sconfinate e giunto al cuore della Notte lo squarciò con una freccia dell’arco d’argento. L’oscurità si schiuse come l'orizzonte nuvoloso al soffio del vento rauco di Borea e Pandia ne sgorgò, sfolgorante come mai prima, inondando del suo sorriso la terra e il cielo.
Rifulsero di gioia gli occhi di Flego al risveglio dell'amata, ma non seppe resistere al desiderio di seguirla per goderne tutto il fulgore. Immemore del consiglio del padre, si avvicinò a Pandia sempre di più, sfiorando la sua aura dorata, imbevendosene, riempiendone gli occhi fino a colmarli di lacrime di esultanza.
E da quell'aura fu infine riarso e mutato in una miriade di faville incandescenti. Esse si disseminarono per l'etere immenso e si andarono gradatamente disperdendo trasportate da Euro e Noto nell'aria indorata del giorno nuovo che finalmente spuntava.
Solo in quell'istante Pandia si avvide del sacrificio di Flego. In un attimo si congelò la luce nell'aria e tutto divenne rosso come un'ixia australe e poi grigio e opaco e freddo, mentre si traduceva in pioggia il pianto del cielo. Pandia implorò ancora l'aiuto del vecchio Proteo che neanche questa volta lo rifiutò. La nube di faville di Flego fu trasformata in uno sciame d'api e poi fissata nella volta celeste dal padre stesso degli dèi per divenire la costellazione della Corona Boreale che spunta proprio nel cuore della Notte.

Pandia continua a brillare oltre l'ultima vigilia del giorno quando, scavalcate nel suo andare perfino le cento teste del terribile Ladone, raggiunge infine l'amato sulla linea dell'orizzonte. E qui si chiude nell'abbraccio della sua settemplice Corona di stelle fino al risveglio dell'alba.

 

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