Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Eos ed Elio

 
 

Nessuno l’ha mai saputo quando Elio, si sia innamorato di Eos, la piccola dea dell’aurora. Nessuno ha mai voluto leggere in maniera più attenta quello che da sempre è scritto nel libro aperto della volta celeste fin dall’origine del tempo, ogni giorno, per l’eternità. Perché di eterno amore brucia Elio ed eternamente le sfugge Eos, che lo precede all’alba percorrendo sulla biga leggera tutto l’arco dello Zodiaco.
Appena Nyx la scuote con le ali scure, lei schiude gli occhi nell’ombra, stende le braccia rosee e si libera degli ultimi veli in cui Ipno l’ha avvolta. S’immerge poi nelle acque calme del mare di Cipro, opache ancora di oscurità e profumate della carezza di Afrodite. Ne esce superba, il corpo scolpito come in lucido marmo di Paro, si ravvia i capelli sul capo con braccia inarcate, perfette come le anse di un cratere corinzio.
E’ bella in maniera fastosa. Pronta: indossa sul corpo ancor umido del tocco dell’acqua il peplo color zafferano, impalpabile come aria, e sui capelli di croco il velo dipinto dagli occhi stessi di Iride. Un’ancella ancora assonnata le porge le redini della biga. I due cavalli dal sauro mantello sono impazienti di percorrere l’ampia strada dell’etere: oscillano le loro teste nervose, ondeggiano le bionde code, vibrano le froge inquiete che sbuffano fuoco. Solo un gesto e via!
Si aprono le finestre della Via Lattea, si spalancano le porte dell’universo stellato e mentre la biga avanza s’inazzurra l’aria e poi s’imporpora. I fantasmi del buio si dissipano e la luce prende a fluire dalle dita della Notte. Svaporano le ultime nubi assonnate e dal grigiore di ogni angolo dello spazio affiora un chiarore rosato. Muovono i due corsieri gli zoccoli alati a fendere l’oscurità non ancora domata. Eos sparge davanti a sé manciate di petali fragranti fin quando tutto colorato si fa il volto di Urano e trascolorano gli astri per scomparire a poco a poco nell’indaco dell’infinito.

Laggiù, lontana lontana, si sveglia dal sonno Gea, la Terra intorpidita dal freddo della Notte. Si scioglie al tepore dei primi colori, pallida, poi rosea, poi bianca. Si desta ed Eos le copre le guance d’oro e di rugiada fiore dei suoi occhi e lacrime per il figlio Memnone. Si desta nell’ora del gallo e della brina e sorridono le sue labbra al suono della vita che riprende. Si desta al trillo degli uccelli di cui intende il senso e al crepitio dei sistri dei sacerdoti che inneggiano al giorno.
La luce diafana del sorriso della dea scende sulle vette dei monti sacri, sui corsi tortuosi dei fiumi, sulle sabbie fulve dei deserti roventi, sulle tamerici biancastre di salsedine, sulle canne palustri che zufolano il loro omaggio al primo albore, sugli alberi ancora umidi del pianto dell’oscurità, sui mirtilli dal duplice riflesso azzurrognolo, sulle viti dai pampini impolverati, sugli umili salici…
Il largo occhio di Urano si sgrana stupito ad osservare il prodigio dei colori. Si aprono come corolle al muovere delle palpebre dell’Aurora. Con dita delicate la dea tinteggia l’aria di un rosa, esile come legno di sandalo, mentre avanza la sua biga e le nubi disfacendosi s’inchinano al suo passaggio. Scivola quasi nell’aria dalla reggia d’oriente per declinare poi a occidente, oltre i prati di asfodeli dell’Elisio. Abbraccia con lo sguardo l’intero orizzonte intorno. Zefiro, la più tenera tra le sue creature, capriccioso le fruga le chiome per rubarne i colori e farne fili di luce nello spazio. Ma la sua è solo una carezza, leggera come un sospiro.
Intanto, sempre più sbiadisce il Buio nel riverbero del mattino. Eos si è lasciata alle spalle gran parte del cielo. A destra, lungo quello che resta del suo percorso, inarca le sue chele la costellazione dello Scorpione, inchiodata nel blu. Sembra dibattersi e stendere le sue spire dal tremolante Antares,che palpita come un occhio rosso, a Shaula, nell’aculeo gelato della coda luccicante di verde veleno. Si coprono gli occhi gli astri dell’umido Orione prima di sfumare sotto le ruote della biga dell’Aurora. Ultimo a smarrirsi nel nulla eterno è Lucifero rilucente d’argento.

Eos è sul punto di sciogliersi nelle opacità di ponente, là dove la coppa del cielo si versa nel mare, e già si spalancano i battenti purpurei del giorno. Fremente irrompe Elio sulla sua quadriga d’oro al primo miglio del firmamento e l’aria di perla diventa la sua arena.
Le Ore tremanti hanno appena aggiogato i cavalli e ne porgono le redini al superbo signore. Egli allaccia sulla spalla la fibbia preziosa del mantello vermiglio. Respirano affannosi dalle froge fumose Etone e Flegonte, i neri corsieri dai morsi tintinnanti e dalla pelle che trema lucente di sudore. Scalpitano e battono l’aria con unghie irrequiete. Sussultano i petti nodosi di muscoli tesi allo spasimo. Impaziente Elio li pungola con la sferza d’argento fin quando, mollate le briglie, essi schizzano via con slancio violento, veloci come frecce scite, vomitando fuoco dagli occhi su per l’erta salita che porta al meriggio. Avanzano squarciando le ultime cortine di bruma, fragile traccia del respiro di Eos rappreso nell’aria. Avanzano sollevando nuvole di vapore che indugiano ancora negli spazi tra l’Aquilone immenso e la lontana Orsa glaciale. Tremola davanti all’occhio infuocato del Sole lo sciame di stelle della Corona Boreale come ciottoli schiariti della luce di Selene. Più oltre Elio scorge appena la vaga voluta del peplo color ocra di Eos. Esso danza nell’aria ancora una volta prima di svanire oltre la linea delle acque ad occidente.
Più in fretta, più in fretta… Tanto veloce ha percorso il volto del Cielo il carro dell’Aurora, tanto lenta sembra ora ad Elio la sua quadriga, malgrado la sua foga e quella dei corsieri dalle criniere tese nel vento della corsa. Negli occhi del dio c’è la frenesia di sempre: un ardore di fosforo che diventa vampa vorace, ardente di dispetto impotente per l’inutile corsa di questo nuovo giorno.
Eos gli sfugge ancora. Oltre le colonne d’Eracle, oltre l’incommensurabile oceano altro amante attende l’amata fatto eterno dalla grazia di lei: Titone, sfinito dagli anni ma dalle tenere braccia che accoglieranno la piccola dea per tutto il tempo della notte che appressa.
Si frantuma di gelosia il cuore di Elio. Purtroppo il suo destino è inseguire invano la diafana luce dell’Aurora, riempire l’universo delle sue fiammate, bruciare Cielo e Terra della sua smania e incenerire della sua passione gli astri stessi nella stria abbagliante del suo sguardo. Bruciare bruciando e incitando i destrieri che di certo non hanno bisogno di stimoli.
Varcata l’altura dello zenit, ultima vetta del cielo, i cavalli frustati ancora e inutilmente sono bianchi di schiuma, ma non si arrestano. Gli zoccoli di bronzo calpestano l’aria come fruste e si precipitano nel fuoco del tramonto scosceso. Ancora li stimola Elio infaticabile. Dai suoi torridi cigli spande fuoco incandescente, più rosso del rame di Oplonti e di esso incendia l’orizzonte davanti a sé. Vorrebbe piangere lacrime d’ira e cantare con esse l’epicedio della sua condanna di amante infelice. Crudele derisione: gli sfiorano le guance i petali dei fiori che ancora volano per l’etere, sparsi dalle dita di Eos.
Ancora un giorno di folle inseguimento. Così anche domani e dopo e sempre. E così da sempre, per l’eternità del tempo. Così come ha stabilito imperscrutabilmente l’amarissimo Fato. Elio, che con occhi di fuoco ha dato vita all’universo, quegli occhi vorrebbe annegare nelle tenebre di un sonno senz’Aurora. Ma ha solo il tempo che la Notte gli concede per chiuderli nel pianto.

Alle sue spalle già declina nell’infinito l’ultima luce che sconfina nel prossimo buio. Già s’affaccia ad oriente Sirio, la stella più lucente del Cane, mentre ancora sfocate sono le minuscole Pleiadi, come colombe impaurite inseguite dal cacciatore Orione.
Il volto della Terra s’appanna, s’abbrunano le vette del Caucaso incontaminato, dove senza posa urla Prometeo e il suo grido si triplica nell’aria come uscito dalla gola triforme di Cerbero. Già stridono nervose le rondini intorno alle grondaie. Già scende il corvo dal nido ad annunciar la fine del giorno. Già prendono a gemere i cipressi il lamento della notte nel verde delle austere chiome.
Corre la quadriga verso il precipizio del tramonto sulle acque rosse come del sangue di un orribile sacrificio. In esse Elio, sfinito, si tufferà accolto dalle umide braccia di Teti. Per un attimo sognerà di stringere l’agognata Eos. Ahimè, avrà solo stretto le acque sfuggenti del mare. In esse si placherà e in esse si confonderanno le sue sdegnose lacrime, cocenti più del fuoco del padre Iperione. Poi chiuderà gli occhi e la Notte pietosa dissolverà col silenzio e col sonno il suo furore. I suoi cavalli continueranno ad ansimare ai suoi piedi, perché solo per poco chiuderanno al riposo gli occhi invasati.
Domani riprenderà l’eterno inseguimento. E ancora una volta di
Eos Elio non vedrà che le chiome di rame brillante come fiamme, sempre lontane, perennemente davanti a sé e sempre distanti alla stessa maniera. Di quel volto egli non conoscerà mai il profilo, del diaspro di quegli occhi non vedrà mai la luce, lui che folgoratore da essa sogna di essere folgorato…

 

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