Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Korydos

 


Korydos era innamorata di una stella lontana, Albireo, scintillante nella costellazione del Cigno lassù nel cielo senza fine. Lo vedeva spuntare in un brillio sfumato tra gli altri cento occhi bianchi di Argo subito dopo la mezzanotte, a ponente, là dove la linea del mare diventa più scura e si disfa nell'azzurro opalescente della Galassia.
Per tutta la notte Korydos teneva le imposte schiuse e fissava il cielo in attesa che l’astro amato le facesse cenno con il suo scintillio. E quando un riflesso più intenso la colpiva, allora le si riempivano di lacrime gli occhi che diventavano lucenti dello splendore di Albireo. Con voce di canto l'invocava perché scendesse da lei e la lambisse con la carezza del suo bagliore, l’abbagliasse in un sogno senza termine e con lei si librasse in un volo oltre i confini dello Zodiaco disegnati dal dito del Tempo.
Lontano, lui le rispondeva con un tremolio, quasi un grido di dolore che si rifletteva nella vastità concava del cielo. Con il vibrare dei suoi raggi, quasi fosse uno sguardo, sembrava volesse indicarle i chiodi d'argento che lo tenevano immobilizzato al volto cupo di Urano, suo padre, il Cielo primigenio.
Korydos era ancora lì a contemplare la sua stella nell'ora più tenue del chiarore dell'alba, dopo una notte di tacita adorazione e furtiva, per vederlo infine svanire nelle venature color melarancia, rosa, oro e azzurro di cui l’Aurora adorna le guance del mattino.

Così intristiva Korydos, ogni notte, per l'impossibilità di raggiungere il suo amore sperduto nell'eternità delle distese siderali. Avesse avuto un paio d’ali sarebbe volata senza temere l’immensità e l'avrebbe raggiunto, si sarebbe congiunta con lui, si sarebbe confusa nel suo sfolgorio e di esso si sarebbe nutrita per sempre. Prese allora a pregare Ermes, signore degli spazi, perché le permettesse di librarsi in volo.
E una notte che più fervide furono le sue preghiere e i suoi gemiti, Ermes volle accontentarla, compì il portento e le fece il dono tanto agognato. Non aveva chiesto ali di aquila Korydos e nemmeno elitre di falena, aveva chiesto soltanto di poter volare. Ed Ermes, beffardo signore dell’inganno, l’accontentò.
Povera Korydos! Non poteva sapere quali distanze la separavano dal suo Albireo, non poteva sapere che ali sarebbero state necessarie per raggiungerlo. Avrebbe altrimenti chiesto il petaso fatato di Ermes stesso o i suoi talari.
Si ritrovò invece trasformata in Allodola, con un piccolo corpo di allodola, con becco di allodola e teneri occhi di allodola, con ali di allodola striate di uno sfumato colore bruno. Di suo le restava intatta solo la voce melodiosa per invocare Albireo e il cuore innamorato. Un minuscolo cuore che esultò di entusiasmo.
Senza ripensamenti Korydos prese a frullare nell'aria e poi a volare senza timore. Varcò il riquadro della finestra e s'immerse nel cuore dell'aspra notte puntando verso l'infinito: i puntini neri degli occhi fissi nella luce della sterminata lontananza di Albireo, meta del suo andare funesto.
E volò, volò infaticabile, volò negli spazi eterni, irraggiungibili, volò per tutto il tempo che Selene impiega a colorarsi d’argento interamente per dodici volte, volò per tutto il tempo che occorre a Elio per entrare nei segni dello Zodiaco, volò alta dove mai allodola aveva volato prima di allora. Volò fino allo stremo, oltre il coraggio e la forza, sorretta solo dal sangue del suo cuore, ora immenso e audace come il suo amore. Poi la invase il freddo che le velò lo sguardo e le ghiacciò le piume. Sentì improvviso il peso divenuto insostenibile del corpo che le fragili ali non riuscivano più a sostenere. Fissò ancora la luce del suo Albireo all'estremità dello spazio che invano stendeva verso di lei i suoi raggi d’argento quasi a volerla sorreggere.
Si lasciò andare Korydos in un volo sghembo, vinta dal proprio impossibile peso. E cadde come sasso in un pozzo, mentre l'aria le si addensava nelle piume ghiacciate e gli occhi le si offuscavano delle nebbie della morte. La Terra laggiù, che era stata la sua culla, era pronta ad accogliere ora la sua piccola spoglia.
 
Poi, all’improvviso, si sentì come innalzata di colpo, morbidamente, trasportata sul dorso colorato di una nuvola…
Fatta pietosa da tanto amore e tanto soffrire, Era, signora dell’Olimpo, aveva inviato in suo soccorso Iride dall'ampio chitone dai colori cangianti. E Iride l'aveva sorretta sulla punta delle dita variopinte e l'aveva sollevata verso la volta celeste, in alto, ancora più in alto. Mai Korydos ebbe cognizione della distanza percorsa e del tempo che era occorso. Si ritrovò con le brevi ali brune, aperte come per un abbraccio, davanti al suo Albireo e si lasciò sfiorare dai raggi luminosi delle sue impalpabili carezze.

Ermes, che a Korydos non aveva donato ali fatate, volle redimersi dalla sua crudeltà e la collocò nella costellazione della Lira a lui sacra. Da allora Korydos, l’Allodola, vive nella luce di Vega, l’astro più splendente di questa costellazione e di tutto l’emisfero boreale. Immersa nella luminosità di uno sciame di polveri celesti e al centro di un corteo di meteore, essa pulsa come due occhi innamorati dello sfolgorio di Albireo di fronte a lei. L’avvolge una radiosa corona di luce che disegna in quella parte del firmamento due braccia aperte verso l'eternità.
Proprio come l'eternità dell'amore, eterno come lo sognano tutti quelli che amano.

Ma anche l'amore, come l’illusione, muta e muore. Dura solo l'amore dei sogni reso immortale dalle fiabe e dai miti. Esso rivive nei simboli e nelle immagini che rendono possibile talvolta perfino l’illusione.
Proprio come nell’amore tra Korydos e Albireo.

 


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