Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Clori

 

 

Quando Urano, la volta celeste, abbandonò Gea questa lo cercò in ogni luogo: nelle profondità della negra notte e negli abissi dello spazio, nelle sabbie roventi dei deserti e nei ghiacci dei mondi sconosciuti. Infine, sconsolata e senza più desideri, si recò a Delfi per consultarvi l’oracolo di Apollo. Lì interrogò ansiosa la Pizia, sibilla del dio, e stette a lungo in attesa del suo responso. La Pizia, tra i fumi inebrianti che si levavano dalla cavità misteriosa sotto il tripode di bronzo davanti a lei, sollevò le braccia ossute, ma tacque a lungo. Poi nei suoi occhi allucinati si accesero fiamme di orrore e avvamparono nubi di fuoco e di tempesta.
Severo e crudele tra le parole di delirio fu il vaticinio e non ci fu bisogno di interpretarlo. Gea avrebbe vissuto la sua infinita esistenza in una condizione di dolore che neanche il pianto dell’eternità avrebbe potuto mitigare. Questo aveva prescritto la legge folle del Fato senza volto. E questo dolore Gea avrebbe trasmesso in eredità alle creature che fossero nate dal suo grembo.
Gea pianse con strazio l’amante Urano per età senza tempo. E dalle sue lacrime inesauribili nacquero i mari sconfinati, i fiumi tortuosi, i placidi laghi. Poi, le acque si vestirono di colore e della sonorità dei canti delle Naiadi, delle Nereidi e delle Oceanine: splendide creature dagli occhi teneri di uccelli e dalle guance di rosa.
Fra tutte, bella più della più bella tra le Cariti stesse, splendida che davanti a lei sembrava indegna la bellezza delle stelle, era Clori. Per lei Gea aveva rubato scintille di luce agli occhi di Selene per rendere opulento il suo sorriso, e il verde delle lontananze marine e delle alghe alla chioma di Poseidone, signore delle acque, per farle luminoso lo sguardo…

Di Clori si innamorò ricambiato Zefiro, il limpido vento della notte che accarezza i fiori col suo soffio. Egli godeva del sorriso e dello sguardo limpido della sua amata. Al tramonto, appena Espero spuntava all’orizzonte ad annunciare l’arrivo di Nyx e lo stridio delle rondini prendeva a crepitare nell’aria, egli se ne veniva sulle sponde del mare dove Clori l’attendeva trepidante. Le sfiorava il seno e la pelle ardente con i fili vivi dei suoi capelli, sollevava le ondulanti braccia dietro il suo collo, le scioglieva i nodi delle trecce e in quei capelli tuffava il suo respiro. Che malia cullarla tra le sue fresche dita di vento e sussurrarle le melodie più arcane del creato con voce ricca di suoni e col respiro più sinuoso delle sue brezze!
Clori era stregata da Zefiro e l’ascoltava con occhi sgranati di stupore o schiusi su miraggi senza orizzonte e senza età. Tenero e ardente al tempo stesso era il loro amore, impalpabile talvolta come un velo fatto d’aria, bruciante talaltra come fiamma rubata alla fucina di Efesto. Col respiro più carezzevole Zefiro trasformava in armonia anche i fruscii più esili che diventavano così poemi. Poi, s’impregnava l’aria di fragranze di nardo fino all’ora in cui il silenzio sacro alla Notte e all’amore, copriva col suo manto di indaco i due innamorati immersi nel prodigio del loro idillio.

Di Clori s’innamorò pure il ciclope Mania dagli occhi di fuoco, che cercò d’incantarla con le note della sua cornamusa. Ma da essa uscirono solo suoni lugubri come aria morta da otri incartapecoriti. Non lo degnò di uno sguardo Clori, colpita prima e poi impaurita da quel rumore cupo che evocava l’Erebo sulfureo e gli abissi roventi del Tartaro. E più si levava lo strepito tetro della zampogna di quello più era presa da terrore.
Volò via sulle ali di Zefiro e si nascose agli occhi del ciclope tra le vesti della madre Gea. Mania tremò di collera e fu accecato dalla gelosia. Il collo gonfio di collera, urlava nel suo dolore come cento lupi sull’altura del Licabetto selvoso. Nella sua rabbia istintiva si svelse un occhio dalla fronte e lo scagliò lontano, oltre l’orizzonte, nel mare in tempesta dominio del padre Poseidone. Da allora, quando più cocente si fa la sua furia, più s’imporporano di quel sangue il cielo e il mare al tramonto.
Con il volto macchiato del sangue del figlio, Poseidone sorse dalle onde in tumulto e scroscianti che sembrava bestemmiassero tutta l’ira della natura. Ascoltò impaziente la voce roca e lamentosa di quel figlio nero e belluino e per amore di padre decise di vendicarlo. Aspettò che Clori venisse ad incontrare il suo Zefiro sulle sponde del mare e prima che questi giungesse al suo incontro, si erse sulla spuma arruffata, improvviso. Terribile nella voce di tuono, le apparve in tutta la sua maestà e dilagò con rombo assordante. Poi, con un colpo del suo tridente squarciò la terra e aprì il mare.

Inutilmente corse Zefiro in aiuto di Clori. Inutilmente cercò di difenderla con tutta la forza del suo soffio gentile. Inutilmente invocò l’aiuto dei fratelli. Neanche intrecciando il suo respiro con quello di Noto e di Euro e ancor più con quello impetuoso e possente di Borea, riuscì a far scudo all’amata. Esplosero gli argini del cielo e del mare e dalla profondità cupa dei flutti più tetri si formarono colonne vorticose d’acqua. Esse rapirono Clori nel loro turbinio e la trasportarono nell’aria, in alto, sempre più su e la scagliarono contro le stelle frantumandola in una miriade di brandelli privi di vita ma che ancora mandavano argentei bagliori.
Le gocce del sangue di Clori caddero sul volto della madre Terra quasi a ricordarle la pena da espiare. E qui esse si confusero con le lacrime che la stessa Terra non seppe più trattenere. Il destino di dolore che l’oracolo aveva vaticinato si compiva. Nemesi, la gelida Giustizia, veniva a riscuotere inesorabile il suo tributo.

Da quel sangue e da quelle lacrime rinacque Clori sotto forma di Ninfea, il fiore delle Limnadi, le ninfe degli stagni e degli acquitrini.
Bianca, adagiata nella larga foglia lucente a forma di cuore e protetta dalle acque calme, essa è per sempre cullata dal morbido respiro che Zefiro le porge come una carezza.

 

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