Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Liriope

 

Liriope se ne veniva spesso da sola presso le sorgenti del fiume Cefiso. Qui amava stendersi sull’erba e chiudere gli occhi porgendo il volto alla carezza del sole e al fruscio di Euro, il vento che sibilava da meridione il suo canto roco tra svettanti tife e le canne delle sponde.
Sognava al mormorio argentino delle acque che filtravano tra le rocce porose e fluivano a carezzarle le caviglie sottili. E qui le ritornavano alla memoria, come nuvole ammucchiate dal vento sulla linea dell’orizzonte, le fiabe dell’infanzia. Fiabe come una ne­nia, mille volte ripetute dalla nonna Iante dal volto appassito come l’uva di Messenia in autunno. Una di queste fiabe narrava di Cefiso dagli occhi cerulei come le acque pure e di suo fratello, il pigro Limno dal volto grigio di fango, sonnolento come le acque paludose in cui indu­giava ozioso con le Limnadi sue figlie.
Erano racconti interminabili in cui si diceva dell’eterna rissa tra i due fratelli, condannati a vivere l’uno accanto all’altro, del per­fido Limno che invadeva spesso tumultuoso con la sua melma le acque limpide di Cefiso. Torcendo al fuso l’inesauribile filo di lana, la voce di Iante scorreva uniforme come il tempo. Eppure essa intri­gava e avvolgeva come in un’onda sognante la fantasia e la curiosità di Liriope che, ad occhi chiusi, era capace di vedere cieli sconfinati e in essi disegnati tutti i desideri dei suoi giovani anni. E ad occhi chiusi essi si realizzavano tutti, senza affanno, mentre duro come una con­quista diventava nella realtà perfino cogliere un sorriso sulle labbra delle persone a lei più care.

Col tempo Liriope prese a intendere il linguaggio delle acque sorgenti di Cefiso e quello funereo della mota di Limno. Apprese pure a distinguere il canto degli uccelli, di quelli che festosi venivano ad ab­beverarsi alle acque di Cefiso e di quelli che lugubri se ne restavano appollaiati sui rami dei salici bianchi di Limno, spogli come bare. Aveva pian piano imparato ad amare la solitudine e nel mondo astratto delle sue fantasie si ritrovava perfettamente. Bastavano le sfumature dell’aria tiepida, il filo d’acqua vivace sul muschio e sulle ghirlande di foglie delle elodee, lo zirlo di un tordo e il brusio delle api ope­rose ed ecco, quel mondo si animava di colpo, si colorava e diventava cosa nuova e diversa. Le tinte dell’aria si trasformavano per farsi luce vibrante come nei veli policromi di una giovane dèa. Il gocciolio della sorgente si mutava talvolta nel pianto stesso di solitudine di Liriope. Ma dopo, subito dopo, con l’entusiasmo dell’età sua, ecco che lo zirlo del tordo si faceva canto: un canto nuziale, gaio e distinto nel coro più vago evocato dal brusio delle api.
Quanto spesso Ianira, la madre di Liriope, la rimproverava per questa sua svagatezza, per questo suo candore non più adeguato all’età, diceva, e che più non si adattava alle urgenze delle realtà quotidiane, quella degli abiti da lavare, della madia faticosa da ripulire e della lana da car­dare. Liriope ascoltava i moniti materni, ma non intendeva. Più forte di lei era il richiamo delle acque amiche che mai avrebbe profanato come facevano le sue compagne sciacquandovi i panni dei padri e dei fra­telli, sporchi del lavoro della terra. Odiava pestare l’impasto del pane nella madia bianca di farina che le illividiva le nocche. Ancor più tedioso era filare la lana sull’aia nel monotono bisbiglio di preghiere ad Ar­temide e ad Atena di donne di altre età. Immaginava le sue dita rosee diventare pian piano nodose e ruvide come quelle delle vecchie, con­sumate a sfilacciare i fiocchi di lana teneri come nuvole o a muovere la spola appun­tita sull’ordito.
Quando la voce severa della realtà le gravava addosso imperiosa e pe­sante come un mantello bagnato, lei correva via, schizzava attraverso i sentieri a lei noti e volava a rifugiarsi nell’abbraccio ideale del re­spiro delle acque sorgive di Cefiso.

Un tramonto che più forte Liriope avvertiva dentro l’amarezza dell’incomprensione, distesa sulle erbe, il mento appoggiato alle mani e gli occhi distratti ad osservare nei veli trasparenti dell’onda, vide pro­filarsi gorgogliando dalle rocce del fondo l’immagine di un volto bellis­simo. Aveva gli occhi luminosi come il cielo delle albe di primavera e i capelli chiari come il vino dell’Eubea, lucenti quasi fos­sero impregnati di mirra. Il torso come marmo vivo ansava, forte di un respiro che gli striava i muscoli. Liriope non ebbe dubbi: era quello Cefiso stesso, il giovane dio del fiume delle fiabe della sua infanzia. Era così affascinata da quella visione che ne avrebbe origliato sul petto tutti i battiti del cuore.
Il Sole in­tanto aveva arrestato per un attimo la corsa dei bianchi cavalli dagli zoccoli roventi per dare a Liriope il tempo di godere di quell’immagine gentile. E lei che intendeva il linguaggio delle acque stette ad ascoltare. Intese parole che le si fermarono dentro dette con voce così leggiadra da sembrare non fatta per le orecchie. Intese armonie come quelle di cetre che solo il plettro di Apollo sa suscitare. Esse si fissarono in lei indelebilmente. Sentì vibrare nell’aria i profumi preziosi dei sessanta petali delle rose di Mida, profumi ignoti alla memoria, aromi vaghi di fiori secchi e di latte, di fragranze di terebinto, di adolescenza e di terre sconosciute. Stese istintivamente le mani sulla su­perficie dell’acqua per toccare con la punta delle dita quei capelli fluenti come alghe. Voleva sfiorare il profilo di quel volto bellissimo e di quelle labbra che, mute, le parlavano con parole definitive, coniate solo per lei dal chioccolio degli spruzzi dell’onda, di salto in salto. Ed ecco, incre­spandosi il velo trasparente dell’acqua al tocco delle dita, l’immagine si frantumò in una moltitudine di puntini luminosi quasi che la superficie liquida si animasse all’improvviso della vivacità di una miriade sterminata di not­tiluche, ripetendo all’infinito il volto del giovane e i suoi occhi di cielo.
Un sogno. Solo un sogno, pensò delusa Liriope e non poté trattenere una lacrima.
Il Sole intanto aveva riprese il suo corso veloce per consegnarsi nelle braccia opache della sera ad occidente.

Quando Liriope riaprì gli occhi l’erba ai suoi piedi era coperta di una pellicola umida. La luce scialba del cre­puscolo sovrastava sfumata le canne lungo le sponde, più silenziose ora e quasi imbronciate. E lì dove poco prima s’era stagliato il profilo delicato di Cefiso, ecco delinearsi improvvisi i cerchi di due occhi rossi come porpora di Focea, guizzanti, quasi due serpenti in un volto torbido e ruvido, come sughero vecchio, il cui con­torno sembrava smarrirsi in un grigiore di pantano. Lo spavento avvolse il cuore di Liriope come una foglia spinosa di ortica. Essa non pensò nemmeno di fuggir via perché i suoi piedi erano come rappresi nella fanghiglia melmosa. Girò intorno lo sguardo colmo di terrore, invocò aiuto alla luce fioca che ancora rischiarava il cielo e sgranò gli occhi sull’immagine che si era disegnata davanti a lei.  
La forma buia usciva da un limo fumoso in un crepitio di fango secco che si frantumava e da spesse chiazze di melma. Si gonfiò nell’aria prodigiosamente avvolta in un mantello cinereo vasto come la notte. Poi, di colpo, da esso sbucarono simili ad un groviglio di serpenti due mani viscide le cui dita come tentacoli la ghermirono.
Le ultime lacrime di sgomento si ghiacciarono negli occhi di Liriope nel momento stesso in cui le ritornava al cuore il lugubre ricordo di Limno, il genio della palude in conflitto perenne con Cefiso. Le sembrò di essere da lui rapita in un volo senza tempo, oltre l’orizzonte della terra e intanto le risuonava nelle orecchie il gorgoglio delle acque, quasi un lamento, forse quello di Cefiso stesso, ormai lontanissimo laggiù, come un nastro biancheggiante sotto la luna.
E con le lacrime, gli occhi le si empirono di tenebra mentre l’aria fredda della notte le pungeva le guance profanate dalle mani rapaci di Limno. L’anima chiusa in un abisso di misteri, a Liriope sembrò di vagare per l’eternità come Proserpina ghermita da Ade. Piegò il capo come fanno gli uccelli che stanno per nasconderlo sotto l’ala poi chiamò Cefiso, ne invocò il nome: lui che la morte gli strappava, la stessa morte non avrebbe potuto strapparlo a lei. Artemide avrebbe ascoltato il suo pianto e avrebbe consentito al suo corpo di essere sepolto sotto i flutti amati, sotto il velo della sua corrente.
Poi, d’un tratto, si accorse di non essersi mossa di un cubito. Le acque presero a vorticare ai suoi piedi e a scioglierle il nodo gravoso del fango irrigidito intorno alle belle caviglie, le onde presero a spu­meggiare ardite scivolandole sul corpo e purificandolo fin quando, scomparsa dalla sua pelle ogni traccia di limo, Limno fu vinto dall’onda di Cefiso.
 
Quanto a lungo Liriope vagò sui flutti instancabili del mare del tempo tra le braccia di Cefiso! Non volle più saperlo quando, riaprendo gli occhi, vide dilatarsi per il cielo un rossore che sfumava verso l’orizzonte. Rivide dise­gnato nel Sole il volto di Cefiso dalla chioma di alghe. E ad esso Liriope av­vicinò il suo, soggiogata. Due braccia tenere come la ca­rezza dell’acqua che fluisce docile le cinsero la vita e lei si lasciò trasportare. Provò sensazioni di un tripudio di cui non aveva esperienza. Le sembrò di sentirsi sollevata nell’aria e di ruotare in un vortice molle di vento e di mare. Si innalzò come piuma nelle luci più vibranti e come piombo scivolò nei gorghi più profondi, fin quando nell’abbraccio stordente di Cefiso sentì che il cuore le si scioglieva in petto e la sua pelle si fondeva in quella di lui. Il suo sguardo vedeva ora attraverso le acque e nelle oscurità degli anfratti del fondo. Le sue braccia, le sue mani, le sue dita si allungarono in strie di alghe, i suoi capelli, mai offerti in dono al fuoco del sacrificio, si sciolsero tra le dita di Cefiso e al suo primo bacio la bocca le si addolcì nel rosa più tenero del corallo ionio.

Da quel giorno Liriope fu la ninfa dagli occhi verdi come la patina dei bronzi attici, fu l’amata di Cefiso le cui sponde adornò di un fiore delicato, il Narciso, dono degli dèi al loro amore.

 

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