Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Microtea

 


C’è un’isola alla foce dell’Acheloo e si chiama Microtea. Questa è la sua storia così come me l’ha raccontata Esiodo in un sogno di fine estate.

Tutti la conoscevano come Microtea e ne pronunziavano il nome con dolcezza, ma in realtà si chiamava Asterope. Era la figlia primogenita del re Etolo, che l’aveva cara oltre ogni cosa.
Acheloo, di lei innamorato, era invece un giovane pastore dalla lunga chioma legata con giunchi, che pascolava le sue greggi lungo il fiume. Lì trascorreva la sua esistenza, solitario, sconosciuto. Al fiume era misteriosamente e indissolubilmente legato e del fiume conosceva tutti gli anfratti, le pietre, le canne, le giuncaie e i ciperi raggianti. Sapeva dove covavano le uova i rossi leucischi e i lucci dai denti taglienti. Gli erano noti tutti i percorsi delle chiocciole d’acqua sulle rocce, i nidi dei merli acquaioli e quelli degli svassi nelle umide tamerici. Sapeva dove le raganelle ciarliere si nascondevano per cantare al firmamento le loro interminabili storie nelle notti di primavera.
Al tramonto Acheloo se ne stava silenzioso ad osservare il fluire del fiume. Era affascinato dai suoi pallidi riflessi d’argento solo interrotti dai guizzi delle rondini che rissavano caparbie volando basse. Lo conquistava pure il fruscio delle canne i cui steli, sottili e lunghissimi, piegandosi alla brezza, rievocavano con il loro mormorio il lugubre pianto di Siringa inseguita da Pan. Talvolta, si liberava del corto chitone e si tuffava silenzioso dove l’acqua era più profonda per riemergere dopo tempo, con un ampio respiro, nella carezza delle brevi onde. I lunghi capelli color della rena, sciolti dai nodi dei giunchi, si allungavano allora nel filo della corrente e ne assecondavano il flusso con ondeggiamenti molli come l’acqua stessa.
Asterope era leggiadra come la luce casta di una stella a mezzanotte e dolce come i colori dell’Aurora. Bello era il suo sorriso e spensierato come uno scroscio di sassolini su una lastra di marmo quando le gorgogliava dal petto per fiorirle sulle labbra di corallo prezioso. Era splendente nella sua modestia da quando, per la prima volta, Acheloo le aveva accarezzato le guance con timido sguardo. Finalmente, lei aveva avuto il coraggio di sorridergli e di avvicinarsi al suo volto misterioso. Poi, aveva chiuso gli occhi e aveva sognato allo sfioramento delle sue dita tremanti.

Il re amava molto quella figlia e tanto più forte era la sua predilezione perché ingrata era la sorte che proprio lei attendeva, irrevocabilmente. La sventura velava il destino di Asterope da quando, ahimè, succeduto sul trono dell’Elide a suo fratello Epeo, Etolo aveva invitato ad un banchetto augurale tutti gli dèi. Ad essi aveva offerto primizie della terra, tripodi ansati e le prime chiome di adolescenti arse su altari di marmi anneriti da immolazioni devote.
Per sua rovina aveva dimenticato di sacrificare ad Oceano, il dio che abbraccia le terre come una corona, ma che non conosce dolcezza. Crucciato, questi gli aveva preannunciato che neppure i fumi eletti di un’ecatombe di giovenchi senza macchia avrebbero ormai placato la sua collera. Il solo sacrificio che egli pretendeva era quello della figlia primogenita stessa di Etolo e, in persona, sarebbe venuto a ghermirla quando fosse giunto il momento.
Era costernato il re. Quale nepente avrebbe dovuto bere per estinguere il dolore che gli bruciava il cuore? Con vesti nere di lutto, il capo cosparso di cenere e percotendosi il petto, già piangeva, la figlia ancor viva ed ignara, la sua morte.
In una notte di plenilunio, quando tutto rotondo il viso pallido di Selene si poneva a contemplare il sonno della Terra, Etolo offrì sacrifici alla triforme Ecate, signora degli arcani, perché gli suggerisse un artificio che eludesse la collera di Oceano. Tre volte la implorò con il capo grondante di acque lustrali. Tre volte sparse al suolo limpido vino di Cipro e tiepido latte di cerva. Tre volte toccò con la fronte la nera terra cospargendola di stille di brina raccolte in una notte nebbiosa all’urlo dei lupi.
Ma Ecate tacque.
Il re se ne venne allora a consultare la Sibilla Delfica. Tra mille segni, il responso fu crudele e senza speranze. Oceano, il furioso, avrebbe rapito Asterope nel fiore dell’età e nel fulgore della sua bellezza. L’avrebbe rapita nel momento in cui, per la prima volta, le sue guance fossero state sfiorate dalle chiome di un figlio stesso di Oceano. Così, proprio come il dito irreversibile del Fato aveva scritto nella tavola di pietra del destino.
Come proteggere la fragile creatura? Come tenerla al riparo? Oceano aveva mille figli, dappertutto, talvolta sconosciuti a lui stessi, disseminati per ogni dove. Fiumi, laghi, mari, ruscelli, torrenti, stagni, pantani e finanche i più tremuli rivi e i più insignificanti rigagnoli, perfino la più sconosciuta polla d’acqua: tutto ciò che scorreva era nato dalla sua unione con la verde Teti.
Quello che poté fare Etolo per tentare di eludere l’evento funesto, fu di sbarrare la foce del fiume che scorreva nel suo regno. Ne spezzò le difese sperando che le acque, straripando, inondassero le valli ed evaporassero al sole. Tentò addirittura d’insabbiarne il letto colmandolo con le rocce dei monti vicini.
A soffrire le torture del suo fiume fu solo Acheloo, la cui tristezza neanche Asterope fu in grado di confortare. Ma, per fortuna, tutte le violenze del re furono vane. Il fiume continuò a scorrere impetuoso e selvaggio dai ripidi declivi del Pindo per riversarsi placato nell’azzurro sconfinato del mare, a ponente, in uno scintillio di luce.

Quando fu in età di marito, Asterope non degnò di attenzione nessuno dei principi che l’avevano chiesta in sposa. Inutilmente il padre la esortò a sceglierne uno che avesse cura di lei. Ma lei fu irremovibile. Piangendo disperata e nascondendo il suo amore per Acheloo, scongiurò il genitore di lasciarle godere la felicità dei suoi giovani anni, fino a quando il suo cuore non avesse preso a palpitare al canto di Eros.
Il re, paziente, non ebbe cuore d’insistere, ma non smise di raccomandarle di essere cauta e di guardarsi soprattutto dalle acque del fiume. Eccessive erano parse all’ignara Asterope le premure del padre. Eccessive - così pensava - per quell’amore distorto ed egoistico che spesso i genitori nutrono per i figli. E, tuttavia, gli ubbidiva per affetto più che per convinzione.
Sempre più tormentato invece Etolo non si era limitato alle raccomandazioni. Aveva riflettuto ancora e a lungo su tutti i possibili modi per scongiurare il pericolo che gravava sul capo della figlia. Aveva perciò invocato Urano stesso, di cui le stelle infinite sono gli infiniti occhi, perché vegliasse di notte su di lei, e aveva implorato Elio perché la seguisse di giorno con il suo sguardo radioso e infallibile.
Spesso, in compagnia delle sei sorelle, Asterope amava recarsi sulle sponde del fiume. Con loro indugiava ad ascoltare il sussurrio tenero delle acque. Il fruscio dei sassi consumati dalla corrente e il vibrare ovattato delle ali delle albanelle dal volo radente, sembravano invitarla a bagnarsi. Ma lei, memore delle raccomandazioni paterne, si guardava bene dal farlo.
I rumori dell’onda si stemperavano man mano per confondersi con il suono, poco distante, della siringa di bosso di Acheloo. E il suono indugiava nell’aria e si faceva nenia di cui s’imbevevano le selve. E poi la nenia diventava voce e sembrava invocare quel nome gentile e grato all’orecchio di Asterope: Microtea.
Modulate dallo strumento, quasi umana voce, quelle note le divennero care oltre ogni cosa perché ad evocarle era il suo amato. Si allontanava allora furtiva dalle sorelle impegnate nel gioco della palla e correva, dimentica di loro, a stringersi nelle braccia del bel pastore, dimentico delle sue greggi.

Nulla possono i desideri degli umani contro il volere così spesso incostante degli dèi. Era scritto che Asterope finisse vittima della spietata vendetta del signore del mare e così sarebbe stato.
Un giorno, nell’ora in cui più mite è l’aria e terso l’orizzonte come raschiato dallo strigile di Eos, mentre il carro del Sole s’apprestava a percorrere l’ultima china del cielo, Asterope si lasciava cullare dalla melodia sinuosa della siringa di Acheloo. Poco lontano si udivano solo le grida allegre delle sorelle intente ad inseguirsi lungo le sponde del fiume. Faceva eco alle voci il tenace salmodiare delle rane, invisibili tra le foglie larghe delle ninfee e dei loti selvatici. Signoreggiava il Sole nell’aria ferma e come coagulata dall’arsura. Sui biancospini incolti brusiva indorato dalla luce irregolare uno sciame di cetonie. Mellificavano api ronzanti poco oltre e più struggenti si facevano le note dello strumento di Acheloo.
Si accostò a lui Asterope, gli prese il volto tra le mani e l’avvicinò al suo. Misurava con sensi dilatati negli occhi dell’amato la poesia del cosmo intero. Gli strinse le braccia al collo e sciolse i nodi dei giunchi che tenevano uniti i suoi capelli. Che sensazione entusiasmante le trasmettevano quelle chiome, fluide come onde! Volle sentirne la fragranza, le portò al viso e se ne strofinò le gote brune di sole. Ma proprio nel momento in cui quei capelli le sfioravano il volto, impalpabilmente, ecco, una nube rossa di riverberi di sangue coprì della sua ombra lei e Acheloo mentre un rumore cupo e lontano, avanzava interminabile e faceva tremare le nubi di panico.
L’occhio sfavillante del Sole si oscurò all’improvviso. L’aria si tinse del nero di cumulo­nembi sterminati, lacerati da venti senza meta che si levarono dalle onde del mare. Infine, l’orizzonte si aprì in un bagliore violaceo e un rombo, profondo come il Tartaro, agghiacciò la Terra e sembrò mandare il Cielo in frantumi. L’aria pietrificata si spaccò con un rumore orribile di gesso. Il volto di Oceano emerse implacato e stravolto tra le folgori degli abissi.
Sgranò gli occhi di sgomento Asterope: nelle mani non le restavano che fili limacciosi di alghe rosse e brune e fulve. Erano i capelli del giovane pastore che si trasformavano. Fin quando gli occhi di Acheloo poterono guardare, guardarono lei e sulla bocca di lei respirò la sua per l’ultima volta. Le dita di Asterope tastarono il profilo dell’amato che si scioglieva come corroso: al posto degli occhi toccò solo una cavità e al posto del volto qualcosa di molle e quasi liquido. Poi le braccia e il tronco e le gambe di Acheloo si disfecero al contatto con Asterope e quel corpo che lei aveva più caro del suo, quelle membra che aveva stretto fino a pochi attimi prima, si sciolsero in trasparenze di acque che sfuggi­vano alle sue braccia e al tocco delle sue dita. In­fine, l’urlo della tempesta la sommerse.
Asterope vide solo l’oscurità davanti e sé e due vortici che la cir­condarono come due ampie braccia custodi. Erano quelle di Acheloo che riassumeva le sue spoglie di­vine di signore del fiume. Egli provava a difenderla dalla violenza del padre Oceano il cui respiro, furente come un vento di gole montane, turbinava vorticoso e premeva per schiacciare le sue onde protettrici.

Spezzati i canapi che tenevano a bada le acque sotto il suo dominio, Oceano avanzava sommergendo la Terra e annientando con il boato dell’immenso ca­vallone sotto di sé l’ordine antico della natura. Dilaniava ogni cosa con artigli di sibilante vento. Strappava tronchi dal suolo con unghie adunche e roteandoli li scagliava contro le mura del cielo.
Scomparvero i prati, i campi coltivati e le macchie di lentischi, le siepi rosse di more, i pioppi chiari e i salici ossequiosi. Tutto scomparve al suo passaggio. S’inabissarono i monti, annegarono i vulcani e l’acqua penetrò perfino nell’Averno sconfinato che da allora ne è invaso. Per il freddo incanutì l’aria. Poi, l’onda mostruosa si sollevò prossima ad abbattersi sulle acque orgogliose di Acheloo che ancora osava opporsi. Urano stesso rabbrividì atterrito e nascose il volto dietro le nuvole.
Acheloo sentiva che non avrebbe potuto difendere a lungo il corpo di Asterope fragilmente stretto dai gorghi delle sue braccia. Piangeva in cuor suo di un dolore disperato, ma con estremo coraggio reagiva. Ruggendo nell’oscurità crebbe furioso e s’ingrossò. Sradicò con la sua massa turbinosa sei lembi di terra con tutta l’irsuta vegetazione che li copriva, là dove poco prima giocavano le sei sorelle di Asterope e li trascinò a proteggere l’amata nell’ampio estuario. Qui, quei lembi di terra diventarono le isole note da allora con il nome di Echinadi. Alla foce del fiume, ancora oggi esse fanno da barriera all’urto del mare.
Intanto Acheloo continuava ad avvolgere Asterope nel turbine della sua corrente e non cedeva. Minacciosa come la testa di Cariddi, pendeva su di lui la cresta bianca di Oceano, ma lui l’attendeva avvinghiando l’amata e tenendole il viso stretto nel vortice delle braccia.
Poi, di colpo, gemendo di terrore, Asterope s’irrigidì nel suo abbraccio, tutto il corpo le si rapprese e gli arti le si mutarono in appendici terrose e gli occhi in polle d’acqua verde come la patina del bronzo più antico e i capelli in chiome di alberi scuri e i seni in colline delicate e l’inguine in un cespo fiorito. Asterope era divenuta un’isola tra le acque turbinose di Acheloo che continuava a cingerla contro l’ormai inutile impeto di Oceano.
 
Da quel tempo Microtea è la piccola isola a ridosso delle sei Echinadi che le fanno da scudo, posta sulla bocca dell’Acheloo: una gemma preziosa incastonata nella sua foce. Trasformata in isola dallo scuro profilo, sorride d’amore né cesserà in eterno, perché a lei appartengono le onde che sono l’abbraccio in cui il fiume amato la protegge e ne accarezza il profilo.
Fu così che l’amore di Microtea e di Acheloo disgiunto dalla morte, la morte poi eternamente unì.

 

 

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