Vittorio Russo

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  La Decima Musa
I Libri di V.Russo >> La Decima Musa >> Onira


Onira

  

Tamiri era un cantore che della lira conosceva tutti i misteri e del canto delle Muse non temeva il confronto. Al tocco delle corde associava il suono della voce in note di struggenti armonie. Cantava il cielo tempestoso dei tramonti rossi, il cielo tagliato dal volo di rondini dalle rauche grida, il cielo in cui illividisce la luce del sole, il cielo oscurato dai nembi bassi in cui si spegne il canto delle allodole. E vagava nei sogni (oh, quanto spesso ad occhi aperti!) abbagliato dalla magia dei colori, dei suoni e dei profumi, percepiti in una sensazione unica, con sensi perfettamente fusi.

E fu rapito così in uno di questi sortilegi frequenti, mentre sfiorava distrattamente col sensibile plettro le corde nervose della lira. Con gli occhi sgranati nel chiarore del giorno di cui Eos schiude le ampie porte, scorse di fronte a sé, sbocciata dall’onda stessa di Oceano, il figlio maggiore di Gea, una forma lieve come aria. Era l’ora in cui Argea, la Luce orgogliosa, piega la Notte in ginocchio ai suoi piedi; lei, Onira dal volto di miele gli apparve davanti, lucente come Afrodite e fulminante di una bellezza definitiva. Il suo capo era biondo di oro antico e come un’onda incontenibile le scorrevano i capelli sul volto, sul collo sottile e sulle spalle dal candore latteo. E in quel volto, rilucenti, quasi due polle incantate, si schiudevano gli occhi verde-alga come le piume di certi uccelli di terre fatate e lontane. La bocca lucida, simile alla buccia di un frutto, era schiusa in un sorriso di mistero. Il corpo era tracciato perfettamente in tutte le linee gentili da un velo aurato, impalpabile come il soffio di Eolo. Onira sembrava librarsi nell’aria in una nuvola fragrante di alloro, di sandalo e di essenze sconosciute, mentre acconciava sul capo le ciocche dei capelli che Zefiro trastullava col suo alito. Sui talloni sottili due agili ali la spingevano evanescente nell’aria quasi macchia di luce nella luce.
Quel sorriso, quel respiro di nardo e quello sguardo specialmente, portarono via la voce a Tamiri. Egli stette senza colore nel volto quasi che il sangue gli si fosse rappreso di colpo nelle vene, così come il fiato nella gola riarsa. Cadde inerte ai suoi piedi la lira, mentre egli si stropicciava gli occhi incredulo, perché increduli si è quasi sempre nei sogni, incerti se di sogno si tratti e timorosi della loro fallacia. Poi, protese le mani per toccare quelle forme, per sfiorare con le dita tremanti quel profilo che tanto lo turbava. Ma le rattenne di colpo, pudico e come timoroso di profanare la purezza di quei lineamenti che solo le dita modellatrici delle tre Cariti potevano aver tracciato.
Per istinto raccolse la lira e ne sfiorò con tocco esperto le corde traendone note che stregarono l’aria stessa per insondabile decisione del caso. In essa impietrì il verso molesto delle raganelle e le fronde dei lauri che l’aria profumavano col loro stormire sottile. Poi l’immagine di Onira si animò e si accostò a lui come affascinata. Con le labbra dischiuse in un suono tenero, appena emesso, gli sfiorò le gote con dita delicate come petali di iris.

Di quell’immagine s’innamorò Tamiri, candidamente, turbinosamente, appassionatamente tanto da averne brividi per la pelle e le gote imporporate di una emozione che non seppe più dominare. Cercò di eliminarla dalla mente quell’immagine, in tutti i modi. Scavò perfino un buco nella terra, tra le radici di un leccio secolare sotto il quale se ne veniva spesso a suonare il suo strumento. E proprio come aveva fatto il barbiere di Mida per seppellirvi il suo segreto, nella terra nera Tamiri sussurrò il suo sogno sperando di liberarsene per sempre.
Ma a nulla valse. Non riuscì a dominare nemmeno il nodo di dolore alla bocca dello stomaco, che di solito dice l’intensità dell’amore. Neanche ci riuscì con corse sfrenate lungo le sponde dell’Oceano che tenebroso e urlante sembrava contendere con la sua pena. Nulla lo scuoteva dalla fiacchezza che di lui s’era impossessato se non il volto di lei ridente, che gli ritornava alla mente senza sforzo, grazioso come un fiore nella cornice mora dei capelli. Non l’attraeva più la lira dal suono ora lamentoso, non lo svagavano più le onde amiche che venivano a lambire i suoi piedi, pietose quasi della sua malinconia, e nemmeno lo distraeva il canto tenue delle allodole e il volo spericolato delle rondini al tramonto. E tanto profondo era il vuoto che gli scavava in petto il risveglio senza il sorriso di lei che sentiva il bisogno di gridare il suo dolore al firmamento, urlarlo, come fa il vento nelle gole ghiacciate dei monti dell’Etolia. E s’intristì della sua tristezza Elio stesso cui non essendo concesso di ritrarsi dal cielo, il volto velò di spesse nubi.

Di tanta amarezza si colmò il cuore di Tamiri che, vivo, gli sembrò di vagare tra le ombre dei morti dell’Erebo muto. E così, appena la Notte prese a spruzzare di stelle il volto di Urano, il Cielo, egli corse ad adorare il mare dalle cui onde Onira era sorta. Sparse nell’aria fumi d’olibano e di mirra e di storace e vino nero sull’onde. Poi levò muta la sua preghiera a Poseidone, signore delle acque, perché gli consentisse di rivederla ancora, Onira, luminosa come la sola volta che, verde d’alga, aveva fissato il proprio sguardo nel suo.
E il mare accolse la sua preghiera come la scogliera accoglie il mormorio dell’onda, perché le acque fin lì terse s’incresparono di colpo sotto un sbuffo di vento divenuto all’improvviso cupo e profondo. Il mare si sollevò coperto di una cappa biancheggiante a tratti e a tratti nera come le acque dello Stige. Le nuvole spinte dai venti in collerica lotta si dissolsero in pioggia. Ondate rabbiose s’incrociarono diagonali flagellando l’aria e sollevando al cielo colonne di spuma che si frantumarono in un’esplosione di brandelli d’argento. Poi, un’onda più nera e tumultuosa, spianando con l’orribile mole le altre sotto di sé, venne ad offrire quasi in ossequio ventagli di schiuma sonora ai piedi di Tamiri. E in quello stesso istante egli credette di udire il suono di una voce, distante ma nitida, che l’invitava a cercare Onira nell’antro di Ipno, il Sonno, nel paese dei mitici Cimmerii, nella terra del silenzio, perché lì essa viveva, lei, che di Ipno era figlia e non delle onde come egli aveva creduto.

E Tamiri prese il cammino verso la spelonca del Sonno, sperduta ad occidente, immersa nel cuore stesso della Notte. Camminò guardingo perché il Buio faceva incerto il suo passo. E avanzò dimenticando quante volte la Luna aveva congiunto i suoi corni illuminandosi tutta. Procedette nell’oscurità con piede tanto leggero che avrebbe potuto volare su campi di biade senza incurvarne le spighe, oltre i monti di Atlante, nella terra delle nebbie perenni, fino alle porte dell’Oltretomba.
Camminò infaticabilmente e quando un silenzio opprimente e denso di brume lo soverchiò capì che era giunto alla meta. Era qui che dormiva eternamente il Sonno nella sua grotta, immersa nella penombra proprio come gli aveva confidato la voce del mare. Vi era giunto senza aver fatto una sosta, col fiato rappreso sulle labbra e l’immagine di Onira negli occhi. E quando in un attimo di rarefazione della foschia gli parve di scorgere la rocca imponente entro cui si apriva la bocca di una caverna, egli tremò di timore. Ma il sorriso di lei gli balenò nella mente a rincuorarlo.
Non ebbe dubbi: era proprio quella la dimora del Sonno, il signore della pigrizia che lì riposava seppellito tra coltri polverose, immemore del tempo, indifferente alla luce dell’alba e incurante della bellezza del tramonto, insensibile alle folgori e al fragore delle tempeste, imperturbabile al canto del gallo e allo starnazzare delle oche custodi, impassibile al frinire delle cicale nella canicola e al ragionare serrato delle rane nelle notti estive.

Non esitò un attimo Tamiri, ardente della passione che Onira gli aveva instillato nel cuore e varcò la soglia della spelonca muta dove Elio non osa allungare le dita curiose. Tutto era quiete e penombra! In quel luogo il silenzio si faceva quasi materia e si poteva toccare. Non una finestra, non una porta, certo per evitare rumori di stridenti cardini. Quel silenzio l’interrompeva solo un fruscio incessante di acque opache che fluivano lente tra ciottoli levigati come il volto di Ebe e conciliavano il Sonno con se stesso.
Tamiri varcò d’istinto la soglia della grotta con gli occhi già gravati dal peso di un torpore che gli cadeva come cera calda sulle ciglia, stimolato chissà da quali tenebrosi aromi di erbe misteriose e di cicute sospesi nell’aria.
Al centro di una spaziosa cavità circolare fluttuavano strati vaporosi di nuvole perlacee che accoglievano nel loro soffice abbraccio le forme rotonde del Sonno. Nella penombra, che a stento dava un profilo alle cose, Tamiri scorse il suo corpo rilassato coperto di una drappo grigio. Da esso e oltre il vasto letto di nubi solo sporgevano i piedi e un volto tondeggiante, flaccido, spento, color delle betulle iperboree, i capelli cenerognoli aggrovigliati come un campo di orzo dopo un rovescio, frammisti a esili gambi di papaveri.
Fiacco nella sua pinguedine e sordo a tutti i suoni della vita e perfino al silenzio, il Sonno giaceva immerso in se stesso, pesante come livido piombo. Intorno si adagiavano i Sogni, suoi figli: una popolazione immensa, sterminata come gli occhi di Urano. Avevano i volti dagli aspetti più vari, chi di ridente fanciullo, chi mesto per dolori, chi rugoso come noce per vecchiezza, chi nero di lutti, chi luminoso di freschezza giovanile. Essi erano adagiati qua e là, alla rinfusa, immobili come alberi secchi o in pose dinamiche, ma senza vita, come in attesa di guizzare ad un cenno. Scostandoli con mani cieche, Tamiri avanzò verso il letto di nuvole preceduto da una striscia lieve di luce che sembrava volesse mostrargli il passo. Batté contro la parete spessa e morbida delle coltri nebbiose nella cui ovattata carezza era assopito il Sonno. Scosso dal colpo, questi schiuse con fatica gli occhi acquosi e pallidi, gonfi di una pesantezza estrema e si sollevò con sforzo smisurato sui gomiti molli. Lottava per tenersi in equilibrio sulla schiena snervata quasi fosse priva di ossa mentre continuavano ad afflosciarglisi le palpebre, scure e pendule come bargigli, la bocca aperta in uno sbadiglio interminabile. Muovendo il capo con lentezza parve infine mettere a fuoco il volto di Tamiri di fronte a lui. Questi col cuore in subbuglio fissò gli occhi del Sonno: due globi scoloriti in un volto gelatinoso, tremolante su un mento tre volte gonfio nella triplice piega che molliccia gli si afflosciava sul petto pingue.
Non attese oltre Tamiri e coraggiosamente gli rivolse la parola:
«Signore della quiete, tu che sciogli le pene del corpo e rassereni la mente, tu padre della dolcezza che solo s’apprezza per fatica estrema, tu, il più mite tra gli dèi, ascolta la mia preghiera. A te offrirò sacrifici e leverò inni e peana, a te immolerò immacolati agnelli primogeniti…»
«Sbrigati ragazzo» l’interruppe il Sonno, strascicando le parole con un soffio faticoso e una voce sbadigliante «che vuoi da me? Dillo in fretta che non resisto a me stesso!»
«Tua figlia, signore della quiete, tua figlia Onira!» s’affretto a rispondere Tamiri. «M’è comparsa in sogno e non mi libero più della sua immagine. Sono rapito dalla luce che da lei emana, sono dominato dal profumo che le si sparge intorno. Ho il suo respiro sulle labbra e di esso respiro. Voglio a lei soltanto dedicare me stesso, a lei dedicare il mio canto, finché vivo o eternamente.»
«Mia figlia!» fece eco il Sonno confuso oscillando sul torace deforme di noduli di grasso il capo grosso come una luna piena sul Mare Icario. «Mia figlia Onira… ma è un sogno, è solo un sogno!»
«Lo so bene che Onira è un Sogno, un sogno di bellezza inesauribile e io questo Sogno voglio appagare colmandolo di tutte le tenerezze di cui è capace la mia lira.»
«Ragazzo, tu non sai quello che chiedi. Un sogno resta un sogno, sempre, e da sogno esiste solo nei sogni. Tu non puoi avere qualcosa che non c’è!»
«Ma io ti prego signore della quiete, ti prego con tutte le mie forze. Fallo vivere per me questo Sogno, sveglialo al desiderio del mio cuore.»
«Ma ragazzo io sono il signore del sonno, non sono capace di svegliare nulla e ancor meno i sogni. Io odio il rumore e detesto il risveglio. La tua voce è rumore, la tua richiesta insensata è risveglio… Ti rendi conto ragazzo della tua impudenza. Tu osi svegliare il Sonno!» biascicò lento con parole limacciose che sembravano lasciar tracce umide proprio come le lumache sulle rocce. «Ma insomma che vuoi da me?» sospirò infine prendendo fiato ad ogni parola, mentre le palpebre di piombo gli si chiudevano per gravità.
«Signore» insistette ardito Tamiri, «io voglio solo Onira, solo lei e se tu non vuoi darmela, chiedi a lei se vuole me… ti prego signore.» Implorò convincente.
«Ma ragazzo i Sogni sono i miei figli e di loro mi avvalgo per svolgere dignitosamente il mio ufficio. E poi Onira è il mio Sogno prediletto, come faccio a separarmene. Di lei mi avvalgo per addolcire il sonno dei mortali. Come farei senza la grazia del suo sorriso? Come posso cederla a te senza soffrirne?»
«Ti prego, t’imploro…» invocò ancora e a mani giunte questa volta Tamiri, mentre lacrime calde d’esaltazione gli rigavano le guance.
«Mi preghi!» soffiò appena il Sogno mentre le braccia gli cadevano inerti in grembo. «Sentiamo lei, sentiamo Onira…»
Improvviso nella penombra s’avvertì intenso un profumo di eucalipto e lo sguardo verde di Onira, apparsa all’improvviso, sembrò illuminare di colpo l’aria come uno sciame di caldo pulviscolo. Il bel volto del Sogno uscì dalla penombra: sulle sue labbra rosse come il corallo di Pithecusa fioriva un sorriso d’incanto. Stese le braccia davanti a sé e sfiorò quelle di Tamiri. Con le labbra dischiuse in un suono tenero, appena emesso, gli sfiorò le gote con dita delicate come petali di iris.
«Sì padre, lascia che io lo segua. Lasci che mi esalti la carezza del suo canto.» La sua voce suonò lirica come quella di Euterpe.
Poi fu silenzio.
Tamiri sentì nella sua la mano di lei e dita di caldo alabastro che stringevano le sue con tenerezza.
Aprì gli occhi svegliandosi di colpo.

Al suo fianco, sotto il leccio annoso, lì dove aveva scavato un buco per seppellirvi il suo segreto, ecco, fresca come la Notte e dolcissima come un sogno, Onira, fatta fiore, schiudeva nell’aureo velo dei petali il suo sorriso d’ibisco.
Tamiri l’accarezzò appena, con lo sguardo soltanto, per non profanare la tenera corolla e chiuse gli occhi di nuovo per non destarsi dal sogno…

 

 

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