Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Neara

 

Nella reggia di Crono, il Tempo, tutto era immutabile da sempre. Il Tempo stesso, imperscrutabile tra le rughe profonde del suo profilo di pietra, la falce inesorabile al fianco, era immerso nel suo seggio di marmo e intorno gli faceva corona l’immensa famiglia. Accanto a lui c’era l’Eternità, sua consorte, scura nella faccia di pergamena, gli occhi annebbiati e puntati davanti a sé a fissare l’immutabilità del divenire.
Ai piedi del Tempo, a mo’ di aureola, erano assopite le cinque Ere, le figlie nate dal matrimonio con l’Eternità, esse pure dai volti vecchi, chi bianco di geli iperborei, chi rosso di ardenti cataclismi, chi giallo di mari di sabbia sconfinati, chi turchese di distese marine, chi verde di selve e di prati. E intorno alle Ere, in un cerchio larghissimo, erano disposti i Millenni e poi, in uno successivo esso pure immensamente ampio, i Secoli. In corone concentriche, man mano più distanti dal trono di marmo, erano ordinate le interminabili generazioni degli Anni e delle loro figlie, le Stagioni. Seguivano poi, in cerchi incommensurabilmente estesi, i Mesi, i Giorni, le Ore e infine gli Istanti in numero incalcolabile anch’essi, nell’anello estremo.
Padri, figli, nipoti, pronipoti raggruppati per discendenze, per classi d’età, per generazioni e generazioni, tutti uguali, tutti con gli stessi volti di cuoio, opachi e polverosi.

Nulla cambiava nell’antico palazzo e al nulla seguiva il nulla con una regolarità ossessiva. Solo la polvere, a strati spessissimi, testimoniava l’avanzare del Tempo rugoso in età che erano ormai abissi senza fine. Nulla avveniva che modificasse il ritmo e questo fin dall’origine stessa del Tempo. Tiranno immortale, egli poteva solo ulteriormente inabissare nella vecchiezza aggiungendo decrepitezza alla decrepitezza, rughe alle rughe e silenzio al silenzio.
La sua sterminata famiglia era il suo reame e il suo orizzonte. Eppure, dietro l’apparente dignità esteriore si nascondeva un crimine spietato che era l’ordine supremo e l’essenza stessa, definitiva e irriducibile, della sua vita.
Il Tempo, ahimè, si nutriva solo di se stesso in una sorta d’inestinguibile autofagia. I membri della sua immane famiglia erano di fatto il suo nutrimento. Con l’Eternità egli divorava le proprie creature quando esse avevano concluso il proprio ciclo vitale. Perciò, quando l’Attimo era trascorso veniva ingoiato dall’Ora. Questa a sua volta finiva vittima del Giorno che, esaurita la sua durata, diventava preda del Mese e così via, in una spirale di efferatezza ininterrotta. Solo il Tempo e l’Eternità, immortali, erano l’epilogo di questa progressione perché le loro propaggini, dalle più prossime alle più remote, finivano tutte nelle loro fauci insaziabili.
E così, in virtù di questo sacrificio perpetuo, il Tempo, proiettandosi nell’Eternità, dava vita a nuove generazioni e a nuove famiglie di età.

E avvenne che una delle quattro Stagioni, Neara, la Primavera, stanca di questo ruotare interminabile e della ciclicità rituale del suo sacrificio, meditò di fuggire dalla dimora paterna. Era soprattutto stanca di apprendere dalla Fama dalle mille voci che grazie a lei riviveva la Natura dopo il torpore indotto da suo fratello l’Inverno. Le dicevano quelle voci che era il suo sorriso a far rivivere le erbe e i fiori, erano le sue lacrime fugaci a velare di brina le corolle schiuse ed erano i suoi colori fulvi a indorare l’aria di fragranze di sandalo e di aromi lontani. E lei di tutto questo non aveva conoscenza. Di tutta la straordinaria bellezza che da lei procedeva, non aveva che un resoconto sbiadito. Era giunto il momento di vedere con i propri occhi e lei non resisteva più a questa tentazione.
Ma non era facile sfuggire alla metodicità con cui, malgrado l’età incalcolabile, il Tempo riusciva a controllare tutti i momenti della vita degli infiniti membri della sua famiglia e a regolarne l’esistenza in maniera esattissima. Levava una mano di ossa bianche emergenti come un grumo di radici dal velo della pelle, ed era legge.
Questa regolarità era la ragione stessa dell’esistenza del Tempo. Niente avrebbe potuto scalfirla né la potenza dei signori dell’Olimpo e nemmeno la stessa volontà del Fato. Il Tempo si poneva al disopra di tutto con il suo principio immutabile che era il suo scorrere inflessibile, insensibile alle sciagure degli uomini e agli umori dei volubili dèi.

Approfittando di un Attimo di distrazione, che non manca mai nella vita del Tempo, la Primavera se ne venne silenziosa a far visita a Nyx e le chiese di aiutarla a fuggire dal palazzo del tiranno. Allibì la Notte a questa richiesta insensata. Saggiamente spiegò a Neara che quella fuga avrebbe sicuramente fatto montare su tutte le furie il Tempo e ne avrebbe irreversibilmente alterato il carattere. Non può una Stagione scomparire dal calcolo minuzioso della periodicità degli eventi senza arrecare danni irreparabili. Ne avrebbero subito un pregiudizio immediato anche i suoi fratelli, l’Inverno e l’Autunno, e l’Estate sua sorella, e poi la vita stessa degli immortali, degli uomini, degli animali, di ogni forma di vita insomma, senza contare i danni che Gea, la Terra, avrebbe immancabilmente lamentato.
In breve, la Notte era certa che tutti avrebbero sof­ferto per la decisione di Neara e il Tempo sicura­mente avrebbe reagito in maniera imprevedibile. Le sue urla avrebbero raggiunto le profondità dell’insondabile Tartaro. Sarebbero appassiti gli asfo­deli dei Campi Elisi e si sarebbe rappresa la luce di Elio in cielo, si sarebbe spento il chiarore delle stelle e, chissà, il Tempo stesso si sarebbe fermato.
La Primavera, però, era salda nel suo proposito e appassio­nato il suo desiderio di libertà fuori del controllo odioso dell’avo immortale. Pianse lacrime di dolore assoluto che calde le scorsero sulle guance come ambra che stilla dai rami e indurisce al sole.
E fu così che finì per convincere la Notte. Malvolentieri essa acconsentì che Skoto, il Buio suo sposo, la nascondesse accompagnandola nella sua fuga fino alle soglie dell’alba. Rapida e ansiosa si affrettò Neara e, finalmente, prima che la Notte cambiasse opinione, si allontanò veloce nascosta nella fitta protezione del Buio, tenebroso come l’Erebo.
Quando però Eos, l’Aurora, ondeggiando sulle caviglie leggere, fece capolino sulla linea dell’orizzonte per aprire le porte del cielo, il Buio non resistette a quel chiarore sfumato come le messi mature. La sua oscurità divenne prima opaca e poi color di perla fino a svanire del tutto. Si poté quasi udire il suo grido di dolore seppellito dall’urlo di trionfo della luce di Emera, il Giorno, che vinceva. Era un grido senza eco, o forse era eco esso stesso, che si diffuse per le concavità del cielo e nella convessità della Terra.

La Primavera capì che il suo viaggio volgeva al termine. Non aveva ancora messo piede sulla faccia della Terra che già il suo corpo s’era completamente trasformato. I suoi lineamenti avevano smesso il colore metallico del tempo e delle tenebre e la pelle le si era illuminata di una lucentezza di miele. Ora aveva la fronte cinta di bianche bende, gli occhi verdi avevano assunto le trasparenze delle profondità marine e i capelli, scomparsa per incanto la polvere che li aveva intenebrati tanto a lungo, fluivano madidi di nardo sulle spalle dalle morbide curve. Il corpo era appena velato da una patina di rugiada degli spazi siderali da cui proveniva e da un diafano velo, trasparente come garza di Marakanda.
Appena protetta dalla lieve foschia che si levava come respiro della Terra, Neara si celò in una balza del suolo, ma non poté mascherare la sua presenza alla vista di Gea. Questa le fissò negli occhi lo sguardo corrucciato ed era giù pronta a sollevare a mezz’aria il dito minaccioso per ricacciarla donde era venuta, quando Neara prese ad implorarla prima di lasciar liberi gli occhi ad un pianto incontenibile.
Con voce rotta dall’angoscia parlò della vendetta del Tempo che non si sarebbe fatta attendere. Le ricordò una pietà che lei, la Terra, madre di ogni cosa, non poteva non nutrire pure nei confronti di una povera creatura come lei alla ricerca della propria libertà, alla ricerca di sé soprattutto e dell’armonia con la vita e con la Natura, la figlia che la Terra amava di più e che lei, la Primavera, faceva bella dei suoi colori.
E la Terra, pietosa come sempre è la Terra che a nessuno rifiuta asilo, ai vivi come ai morti, agli uomini come agli dèi, annuì. Tirò fuori i due fazzoletti da cui non si separa mai e cominciò con uno a soffiarsi il naso e con l’altro ad asciugarsi le lacrime. Accarezzò i capelli color delle biade di Neara con un soffio di brezza e le raccomandò di nascondersi prima che Elio, notoriamente delatore, la notasse con il suo occhio infallibile e corresse a svelarne la presenza sull’Olimpo e nella dimora del Tempo.

La Primavera se ne venne silenziosa presso una limpida fonte. L’aveva attratta un impalpabile gocciolio tra le pietre levigate dalle acque. Esse fluivano generose gorgogliando dalle gole segreContent-Disposition: form-data; rbusti erbosi in un antro della roccia. Stupì a quei suoni inconsueti, ma ancor più al furore vocale delle rane, allo zirlare dei grilli neghittosi, al trillo dei passeri e al mormorio della brezza tra le tamerici. E la colpirono i colori sfumati delle nubi in un cielo di diaspro, le tinte tenui delle acque e il loro vivace scintillio, le striature verdi delle alghe e la carezza della spuma prodotta dalle piccole onde che si frangevano alle sue caviglie.
Neara respirò a pieni polmoni inebriandosi ai profumi dell’aria e chiuse gli occhi alle ondate di tepore che le accarezzavano le palpebre. Scuotendo appena la fronte con dita di tenero alaba­stro, prese ad accompagnare il canto dalla duplice nota di un cuculo nascosto. Improvviso, esso poi le volò davanti agli occhi e venne a posarsi accanto a lei sollevando la lunga coda grigio cenere.
La Natura sorrise allo stupore della Primavera mentre il cielo apriva finestre di luce tersa sulla Terra come per stendervi candidi stendardi. Con occhi sgranati Neara sembrava bere il prodigio di tanta vita e vibrava di emozione, orgogliosa, conscia che tutto avveniva in virtù del suo sorriso e della carezza del suo sguardo. Si sollevò sulle ginoc­chia ed ammirò la forza delle querce dalla corteccia robusta e i pioppi sottili e il manto d’erba che la Terra indossava quasi con vanità. Più oltre si levò il lamento melodioso di un flauto agreste a sette canne e lo stridio di un sistro ancora più lontano. L’aria era come vestita di ghirlande odorose e di aromi caldi come effluvi d’incenso.
Neara rac­colse in un tralcio di edera i capelli belli come trine e colorati come rame fiammeggiante. Si appoggiò sui gomiti e stette ad ammi­rare quel rimescolio rigoglioso mentre in una polla disegnata da una cornice di ciottoli bianchissimi si riflettevano imperiosi i raggi del Sole. Da questo sfolgorio fu soprattutto conquistata, e in esso sgranò lo sguardo, incurante delle rac­comandazioni che la Terra le aveva sussurrato.

Gli sprazzi di luce non erano ancora ardenti e la Primavera se ne lasciò accarezzare. Elio stesso pareva indugiare in cielo cullando i suoi raggi come dita di una mano infinita sulla superficie serica dell’acqua. Neara girò il suo volto grazioso verso di lui e non temette di fissarlo. Ed Elio, al cui sorriso di vampa teme la Terra stessa per le sue zolle, fermò la sua corsa affascinato dal coraggio di quello sguardo. Non poteva però indugiare ulteriormente nella sua corsa verso il meriggio, non poteva trattenere più a lungo i cavalli dagli zoccoli di fuoco, ma non voleva nemmeno allontanare lo sguardo da quella creatura che del suo splendore si beava. Era rapito da quegli occhi coraggiosi stregati a fissarlo e volle che si fermassero perennemente ad ammirarlo per poterla ammirare.

Fu così che il Sole colorò il viso di Neara del suo colore. Lo incorniciò di petali dalle sfumature dell’oro di Scizia e lo trasformò in Elianto che della Primavera è il testimone più colorato.
Elianto! Proprio come il girasole che col suo ampio occhio accarezzato dal Sole, il Sole segue ammaliato durante la sua corsa lungo le mura del cielo…
…e quando a notte egli le nasconde il volto, Elianto mestamente china lo sguardo al suolo e attende.

 

 

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