Vittorio Russo

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  La Decima Musa
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Elissa

 

 

 
La più bella creatura del fiume era Elissa, la Naiade dagli occhi verdi delle sorgenti e dalla pelle morbida di alghe. Era la figlia primogenita di Semno, il fiume che scorreva maestoso attraverso forre scoscese e ampie vallate, tra elci vigorosi, olmi e larici antichi.
Tenera come le erbe dei prati a primavera, Elissa faceva cristallino della sua voce il fluire delle acque e ne rendeva armonioso il corso danzando tra le rocce umide di muschio e di erbe con il suo andare ondeggiante. Trasparente e luminosa dei colori suoi si faceva l’elemento stesso da cui era nata e di cui era fatta, vivace nei gorghi, allegra nel mormorio tra i sassi levigati e spumeggiante sotto l’arco dei rami annosi, piegati in omaggio al suo scivolare discontinuo.
Semno reggeva imperturbabile il corso delle acque, ne governava il ritmo e si compiaceva della vitalità di quella figlia che ornava di bellezza il suo profilo più di tutte le altre sue creature.
A primavera, quando le piogge invernali ne avevano gonfiato il corso, il fiume correva irruente rombando furioso nelle ripide gole e sollevando veli frastagliati di schiuma, mutevoli nei colori come piume di uccelli. Dalle profondità delle balze si sollevavano allora fiotti di luce, vapori di perla e volute di nebbia violetta che si drizzavano in alto come offerte votive. Le fronde e le cime degli alberi sembravano piegarsi ad inalare il profumo stesso delle onde per goderne in un gonfio respiro. E in questo regno di pace viveva serena Elissa e le sorelle e della loro vivacità risuonavano l’aria e la vegetazione intorno.

Nell’ora di maggior calura, quella in cui Pan soffia stanco nella sua siringa, s’appisolava Semno al fruscio delle sue stesse onde e alla melodia sfumata dello strumento del biforme dio dei boschi. Ne approfittavano allora le figlie per sfuggire al suo sguardo sospettoso ed Elissa per correre ansiosa all’abbraccio di Leucadio, il giovane cacciatore dalle belle mani che lei amava. Con parole di canto egli le aveva versato in seno poemi come essenze odorose che le avevano rapito l’anima per sempre. Il loro abbraccio, all’ombra degli elci nodosi, era forte come il fondersi sull’orizzonte del cielo nel mare. Nessun volger di tempo placava la loro passione e il loro desiderio di svelare a se stessi il segreto della loro affinità.
A tanta frenesia ferveva il cielo di bagliori; la vetta stessa dell’Olimpo immacolato pareva inchinarsi per stendere il candido manto di nubi che ne incorona pe­rennemente la sommità davanti ai due innamorati. Alla stretta ansiosa delle loro mani freme­vano le felci nervate e le acque pescose e le fronde dei pioppi dai rami svelti che in esse si specchiavano. I ruscelli bisbigliavano di stupore e, affrettando il loro fluire, correvano verso il placido corso di Semno per riferire zelanti al suo orecchio sonnolento dell’incontro segreto di Elissa e Leucadio.
L’ardore dei due non cedeva al timore né al rischio dell’ira di Semno, geloso mortalmente di quella figlia che era il suo ornamento più prezioso. Temeva per lei e tremava quando qualcuno l’avvicinava, perché il severo oracolo di Trofonio gli aveva predetto che essa sarebbe morta per mano dell’uomo che l’avrebbe amata. Era perciò sempre all’erta Semno, pronto a intervenire perché nessuno la sfiorasse, nemmeno con lo sguardo più casto.
I due amanti, incuranti del vaticinio, continuavano a cercarsi e a vedersi di nascosto, ovunque fosse possibile, complice il silenzio delle selve e il flebile zufolare della siringa di Pan. Solo quando avvertivano prossimo il respiro affannoso di Semno sotto forma di onda spumosa che sopravanzava quelle che la precedevano, Leucadio si levava in fretta. Dopo aver sfiorato ancora una volta le morbide guance di Elissa, staccava lestissimo da un ramo l’arco di corniolo e la faretra minacciosa di punte e volava via per i sentieri della selva a lui solo noti.
Invano strepitava il dio del fiume sollevando folate di spuma come un pugno minaccioso all’indirizzo del fuggitivo. Elissa maliziosa intanto si nascondeva, imprendibile, tra i giunchi pungenti, il muschio folto e le sonanti canne delle sponde in attesa che si placasse l’effimera furia del genitore.

La bellezza vivace di Elissa non poteva restare a lungo nascosta tra le alghe lucenti e le rocce lambite dai flutti. La Fama dai cento occhi e dalle mille bocche non mancò di rendere nota la sua grazia fin sulle vette felici dell’Olimpo. E non resistette alla curiosità di ammirarla l’onnipotente Zeus.
Nascosto nel manto grigio di Nefele, la Nube, egli scese dalle balze del sacro monte e, inosservato, se ne venne a scrutare la bella ninfa. Con le sorelle, essa si la­sciava cullare dalle onde nelle acque terse e in esse danzava leggiadra con piede armonioso muovendo le braccia sinuose, quasi volasse.
Ma forte più del Fato, Zeus non resistette al desiderio neanche questa volta. Nel silenzio della calura del pomeriggio estivo, mentre lontane risuonavano pigre le note del flauto di Pan, egli si avvicinò furtivo alle sponde del fiume e si mostrò alla Naiade in tutto il suo fulgore. Con un solo fremito delle ciglia avrebbe fatto tremare il cosmo, con un solo gesto della sua destra possente avrebbe scatenato fulmini furiosi e tuoni annunciatori di sciagure. Non quella volta però, perché con voce suadente invitò la graziosa Elissa a raggiungerlo sulle calde sabbie della riva. Tremò la ninfa in tutto il corpo. Aveva riconosciuto l’onnipotente signore del cielo dal suo splendore. Sapeva che non aveva modo di difendersi dalle sue lusinghe. Chi avrebbe d’altronde potuto opporgli resistenza senza suscitare il suo fu­rore? Scuotendo solo l’ègida egli avrebbe potuto atterrirla, e incenerirla solo sollevando le palpebre.
Elissa invocò il nome di Leucadio perché corresse a proteggerla e perfino quello del padre, che era immerso come di consueto nel sonno della canicola pomeridiana. Nessun ruscello delatore corse questa volta da Semno per riferirgli del rischio che la figlia correva esposta indifesa all’impeto amoroso di Zeus stesso.

Nyx, la Notte, cresceva in fretta pietosa della sorte di Elissa, quasi a volerla nascondere agli occhi del Tonante e difenderla dalle sue insidie. Ma più ve­loce ancora il provvido Elio, il Sole onniveggente, ebbe pena per la sorte dalla giovane Naiade. Percorrendo in discesa l’ultimo tratto del giorno con la sua quadriga di fuoco, corse in un baleno ad avvertire Era.
Nota la gelosia della sposa di Zeus, non c’era dubbio che sarebbe intervenuta con immediatezza ad evitare misfatti. E così avvenne. Bastò alla dea dalle bianche braccia un solo sguardo per rendersi conto delle in­tenzioni del suo infido sposo. Non aveva voglia questa volta di litigare con lui e dar vita ad una lunga baruffa che non escludeva il rischio di esiti anche incresciosi. Le ritornò infatti alla mente quella volta che l’adultero marito la sospese ad una catena d’oro tra le nubi, con un’incudine stretta ad ogni piede, senza che lei potesse sperare nell’aiuto di qualcuno tra gli dèi. No, proprio non era il caso di correre rischi. In un attimo immaginò la maniera sottile e violenta di vendicarsi…

Elissa usciva dalle acque con passo titubante e a fronte bassa. Faceva invano scudo alla nudità del corpo con le braccia graziose e le minuscole mani. Impaziente la scrutava, poco distante il signore del cielo con le ampie braccia aperte, mentre lucente di schiuma la ninfa poneva un piede sul greto umido. Ma proprio in quell’istante lei scorse le sue gambe mutar forma, ingobbirsi e coprirsi di una lanugine rossiccia; il collo le si allungò e le graziose forme si alterarono coprendosi di una peluria sempre più spessa e ispida, le unghie delle belle mani si fusero per diventare zoccoli neri e sgraziati. Lo splendore del nudo petto scomparve in una villosità fulva, fittissima, il volto le si allungò oltre misura sporgendo in un naso ottuso dalla punta umida e scura. Provò Elissa a sollevare istintivamente le mani al volto, ma inutile fu il suo sforzo. Le sembrava di alzare tutto il corpo: le braccia erano infatti radicate al suolo, non dissimili dalle gambe divenute zampe.
Ebbe appena il tempo di osservare la sua immagine riflessa nell’acqua. Notò la trasformazione orrenda del bellissimo corpo di ninfa in timida cerbiatta, vide con orrore un muso ruvido nel quale luccicavano due occhi impauriti, rotondi, sperduti. Ebbe voglia di piangere e gridare al cielo beffardo il suo dolore. Fece per aprire la bocca ma non emise che un fosco bramito. Fu assalita dal terrore per questa forma esteriore di sé così bestiale mentre nulla era cambiato nella sua capacità di vedere e di sentire, nei suoi pensieri, nelle sue sensazioni. Non osava quasi fiatare perché attonito di fronte a lei e come pietrificato nel gesto dell’abbraccio, Zeus era ancora lì che la fissava, incapace di profferir parola.
Sgusciò leggera Elissa tra le piante acquatiche martellando con i teneri zoccoli le pietre limacciose della sponda, poi, spinta da un istinto irresistibile, prese a correre verso la selva cupa, senza meta, senza conforto nel cuore.
Vagò nella notte terrorizzata dal suo aspetto non meno che dal rischio corso di cader vittima delle brame di Zeus. Crollò alfine estenuata ai piedi di un larice con gli occhi sgranati nell’oscurità, alla ricerca di un’ombra che le facesse da mantello. La circondava solo il silenzio e la dominava lo sguardo muto degli occhi infiniti di Argo dall’alto dei cieli, mentre la morte le scendeva nell’anima.
Fu destata da un passo circospetto e istintivamente si rizzò sulle zampe anteriori. Girò la testa leggera e con lo sgomento nello sguardo prese a correre di nuovo, all’impazzata.
Un dardo le trapassò il collo. Sentì la punta come un ferro rovente nella carne e poi il sangue caldo che, a fiotti, le scorreva lungo la gola fino agli zoccoli. Ebbe il tempo di respirare forte, ancora una volta, un’ultima volta ed ebbe pure la forza di sollevare lo sguardo verso l’alto.
Nel buio della notte, la sola immagine che si fissò senza fine nei suoi occhi immobili fu il volto di Leucadio, a poca distanza da lei con l’arco ancora vibrante tra le mani. Le pupille le si coprirono di un velo, emise un sospiro, quasi l’invocazione di un nome, quello dell’amato, poi cadde sulle ginocchia e la vita sfuggì dal suo sguardo.

Leucadio turbato da quel gemito doloroso si avvicinò alla preda, ne sollevò la testa e restò folgorato da quegli occhi verdi come foglie di cipero, inimitabili e unici. Li riconobbe. Un urlo uscì dalle sue labbra senza suono. Maledì le sue mani omicide e i suoi occhi infallibili ora accecati dalle lacrime, maledì l’arco e la freccia fatale. Girò lo sguardo nel buio per nascondersi a se stesso, ma sentì nel cuore solo un rimorso sconfinato destato dell’ululato cupo delle nere Erinni. L’anima gli si gonfiò di un dolore inestinguibile. Corse senza meta nella notte, giunse sullo sperone di un precipizio e da esso si lanciò a capofitto e scomparve nel mare di sotto tra le stridule risa dei gabbiani.
Da allora quella rupe si chiamò Leucadia e divenne il picco dal quale si precipitavano in mare gli innamorati infelici.

Intanto, il sangue che zampillò copioso dal petto di Elissa prese a gocciolare sui petali bianchi di un esile fiore dall’effimera vita. Fu da quel sangue che il papavero ha assunto da allora il suo colore purpureo.

 

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